Il «modello lombardo» sporcato da un aiutino
Appellandosi alla vecchia formula dell'“aiuto alla ricerca” si profilano aumenti tariffari fino al 25%
«If it ain't broke, don't fix it» dicono gli americani. Nell'Italia della sanità, il “modello lombardo” è sinonimo di efficienza. Se alla fine degli anni Novanta è stata assegnata piena libertà alle Regioni nel governo del proprio sistema sanitario, la Lombardia è stata l'unica a cogliere l'occasione per innovare decisamente rispetto all'impostazione dirigista dell'SSN. C'era una scelta di fondo, a favore della sussidiarietà: le decisioni migliori sono quelle che sono prese al livello più prossimo al cittadino, e al paziente.
Per questo, si separavano nettamente fra funzioni di controllo dell'attività specialistica e ospedaliera (in capo alle ASL), e l'erogazione dei servizi, affidata ad aziende ospedaliere pubbliche e private. La simmetria nel processo di accreditamento e nel sistema dei controlli consentiva che, a fianco del pubblico, emergesse un'alternativa di battere strade innovative, capace di fare efficienza sul fronte dei costi, sensibile alle ragioni della ricerca. Il presupposto era lo stesso pagamento (DRG) per la singola prestazione, indipendentemente dalla natura giuridica dell'ente erogatore.

Dal punto di vista del paziente, il cittadino lombardo ha a disposizione una reale libertà di scelta del luogo di cura.

Dal punto di vista del “sistema”, le pressioni competitive del privato hanno fatto bene anche al pubblico, che ha avuto a disposizione un benchmark manageriale sul quale misurarsi.

Tutto è perfettibile, e questo è sicuramente anche il caso della sanità della Lombardia. Proprio per questo, stupisce però che il governo regionale abbia messo in moto un processo che potrebbe erodere proprio quei principi che hanno garantito tanto successo al suo sistema sanitario. In una legge regionale (5 febbraio 2010), un codicillo mette in circolo un elemento di instabilità. La norma prevede infatti maggiorazioni tariffarie a favore degli ospedali convenzionati con le facoltà lombarde di medicina. La formula è quella, arcinota, dell'“aiuto alla ricerca”: aiuto non indifferente, dal momento che si parla di una maggiorazione tariffaria fino al 25%.

L'aiutino però potrà scattare solo ad alcune condizioni. Alcune sono sacrosante. Ma, fra le altre, si specifica che i beneficiari delle maggiori tariffe, privati inclusi, dovranno scegliere prioritariamente la via di rapporti a tempo indeterminato con i medici e con il personale infermieristico. La Giunta regionale, con una deliberazione dello scorso luglio, ha aggiunto che si dovrebbe trattare di rapporti «con vincolo di subordinazione».

È paradossale che un cambiamento del genere si verifichi proprio mentre l'Italia guarda con speranza a Pomigliano, per giunta in una Regione come la Lombardia, e in un settore, la professione medica, che rappresenta una sorta di aristocrazia del lavoro.

Questa mossa può rivelarsi doppiamente controproducente. Da una parte, impedisce a privati e pubblici di competere anche nella logica dei contratti stipulati con i medici (che spesso operano in regime di lavoro autonomo o parasubordinato), imponendo dall'alto una standardizzazione. Gli ospedali privati migliorano la propria performance attraverso sistemi di gestione più efficienti: di cui i rapporti di lavoro sono un tassello importantissimo. L'utilizzo della collaborazione coordinata e continuativa e, in genere, una maggiore flessibilità nella contrattualizzazione dei medici consente di provare ad assegnare meglio "premi" e "punizioni" a chi compie un lavoro così delicato.

Dall'altra, fa sì che si proceda sulla strada della “burocratizzazione” della professione medica - che è l'inevitabile corollario del suo incardinamento in un rapporto di lavoro di tipo impiegatizio.

Stabilizzare persone, in questo periodo, può apparire a chi governa la strada migliore per sedare lo scontento. Ma bisogna guardare anche al dopodomani, come a Pomigliano. Gli esiti possibili di questa nuova norma sono solo due: una riduzione dei margini di libertà di manovra del privato (“premiato” con un sostanzioso aumento tariffario), o una forma di aiuto surrettizio alle strutture pubbliche (con personale stabilizzato). In un caso e nell'altro, quel modello concorrenziale di cui la Lombardia va tanto fiera potrebbe finire azzoppato.

Da Il Sole 24 Ore, 7 ottobre 2010
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