Il welfare non è più strumento di emancipazione
Stiamo assistendo alla rovinosa bancarotta di uno Stato sociale che costa sempre di più, senza per questo aver curato la piaga della povertà più estrema
Questa settimana abbiamo appreso dai tabloid inglesi che Lynne Beckham, la sorella di David, prostrata da un divorzio difficile e messa alle corde da un fidanzato cocainomane, avrebbe fatto richiesta di un sussidio da poco più di 200 euro al mese. Ovvero, hanno calcolato impietosi i giornali, tanto quanto il fratello minore guadagna in due secondi.

Capita che una persona cresciuta al fianco ad un altra, che viene dalla stessa famiglia e ha avuto pressapoco le stesse opportunità e le stesse sfortune, raggiunga un esito - in termini di reddito, di affermazione sociale, di realizzazione personale e famigliare - completamente diverso. E’ la vita.

Che fare? Non è possibile espropriare gli individui dei loro talenti: le capacità di David Beckham, che gli hanno spianato la via verso il successo, e il suo bell’aspetto, che gliel’ha asfaltata, restano solo suoi (beninteso: magari una telefonata alla sorella, per accertarsi delle sue condizioni, avrebbe pure potuto farla). Si può provare a redistribuire la ricchezza che di questa diseguale distribuzione dei talenti è la conseguenza. Ma la redistribuzione non è gratis. Una tassazione fortemente progressiva si rivela fortemente disincentivante. Coloro che guadagnano molto sono tentati dal tirare i remi in barca, perché troppo grande è la quota di reddito che debbono sacrificare allo Stato. E meno remano loro, più piano va la barca dell'economia.

Nell’Ottocento vittoriano, uno dei libri più popolari fu “Self-help” di Samuel Smiles, efficacemente tradotto in italiano come “Chi s’aiuta Dio l’aiuta”. La filosofia di Smiles lungo tempo fu propria anche di ampi settori del movimento operaio. Primogenito di undici figli, Smiles aveva dovuto interrompere anzitempo gli studi, per andare a bottega all’età di quattordici anni e contribuire a portare a casa il pane. Ma con determinazione e costanza riuscì a diventare dottore, facendo apprendistato presso uno studio medico. Alla pratica alternò l’impegno politico e giornalistico: scrisse a favore del voto alle donne, dell’estensione del suffragio, del libero scambio.

Per Smiles, era fondamentale che ciascuno chiamasse da sé l’ascensore sociale. La mobilità doveva essere spinta non dalla redistribuzione della ricchezza prodotta grazie a talenti inegualmente distribuiti: ma, al contrario, dalla rigorosa coltivazione ciascuno del proprio, di talento, grande o piccolo che fosse. Ai tempi della Regina Vittoria, la preoccupazione per la formazione di crescenti sacche di povertà, soprattutto nelle città, si accompagna a strategie di emancipazione che cercano in ogni modo di non creare quella che più in là nel tempo sarà chiamata “dipendenza da welfare”. L’assistenzialismo che nel Novecento è stato la moneta con cui più frequentemente si sono comprati i voti delle classi popolari, implica la separazione di “merito” e “beneficio”. Octavia Hill, che sempre nell’Inghilterra vittoria inventò il “social housing”, reclutava famiglie operaie perché vivessero in belle case borghesi, in tranquilli quartieri borghesi, perfettamente fornite con buone biblioteche borghesi. ma insisteva che si pagasse l’affitto (un affitto agevolato e men che modesto) nei tempi e nei modi stabiliti.

Quella società sapeva benissimo che talvolta la povertà è solo figlia dell’avversa fortuna, e proprio per questo si rifiutava di giocare con gli alibi. L’aiuto non poteva prescindere dall’ “auto-aiuto”: da una cultura del lavoro, in assenza della quale ogni quattrino investito in assistenza sarebbe andato sprecato. La responsabilità è la pietra angolare dell'"aiutati che il ciel t'aiuta".

Il welfare novecentesco è stato molto diverso. L’assistenza si è burocratizzata, allontanandosi dalle forme più estreme di disagio ed al contrario avvicinandosi a chi, pure certo privo di grandi mezzi, era sufficientemente integrato nella società da potere presentare domanda di sostegno agli uffici competenti. E’ stato detto che il Welfare State è una creazione delle classi medie, a vantaggio delle classi medie. C’è del vero. Ancora oggi, anche nelle nostre città, laddove la povertà è più dura e laddove le condizioni sono più disagevoli, si muovono enti benefici, organizzazioni laiche e religiose, volontari, che portano la loro opera in un mondo sconosciuto alle carte bollate e ai timbri dei supervisori dei “servizi alla persona”.
A New York Michael Bloomberg ha deciso di affidarsi a Stephen Goldsmith (già sindaco di Indiapolis, e autore di diversi volumi fra cui “Governare con la rete”, IBL Libri) per inventare un nuovo welfare che non vada a sovrapporsi, ma anzi faccia da moltiplicare degli sforzi spontanei delle persone e delle associazioni. Non è solo un problema di budget: diminuendo le risorse pubbliche, qualsiasi amministratore se non è del tutto scriteriato deve interrogarsi su come spenderle meglio.

In questo modo, il welfare smette di essere uno strumento di consenso, per ridiventare una leva di emancipazione. Alle lezioni dell’età vittoriana si uniscono gli strumenti della finanza più moderna, che - in una sorta di “venture capital sociale” - possono diventare veicoli di finanziamento di nuove iniziative. Sapendo bene che il tasso di fallimento delle nuove imprese è sempre molto alto, specie in un ambito in cui (mancando il profitto) manca il fondamentale “segnale” del successo di un’azienda. I rischi non mancano - ma sono nulla in confronto alla rovinosa bancarotta di uno Stato sociale che costa sempre di più, senza per questo aver curato la piaga della povertà più estrema.

Da Il Riformista, 22 agosto 2010
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