Riforme, il governo non dà cenni. E l’intellighenzia?
Per le riforme non basta il governo Dov’è la società?
Per Renato Brunetta, l’azione di governo (l’azione di questo governo) ha segnato il periodo più intensamente riformatore della storia repubblicana (sia detto per inciso: la concorrenza non è poi molta). Per Luca Ricolfi, la manovra (necessaria sul piano della tenuta dei conti pubblici) è la prova provata della sostanziale abiura del centrodestra della cultura (della retorica?) politica che gli è valsa l’affermazione elettorale. La logica dei tagli lineari è in contrasto con i principi della meritocrazia, coi bilanci degli enti locali s’è fatta carne di porco in patente contrasto con quelli che dovrebbero essere i fondamenti di un approccio federalista, la dilazione del pagamento delle multe per le quote latte è un rigurgito corporativo «che mortifica tutti i produttori onesti».

Gli esempi potrebbero continuare. C’è grande confusione sotto il cielo della maggioranza. Pensiamo alla riforma della professione forense, o alle reintroduzione delle tariffe minime per i tir - l’uno e l’altro provvedimenti improntati a una logica schiettamente anti-mercato.

Tuttavia, nemmeno si può ignorare che, se è vero che il governo non ha proceduto con la tanto sospirata abolizione delle Province, con la manovra si aggregano i piccoli Comuni sotto i 5.000 abitanti, non per distruggerne l’identità ma per razionalizzare le funzioni amministrative.

Per “chiamare” investimenti dell’estero, c’è un tentativo interessante (ammesso e non concesso che possa passare indenne per le forche caudine di Bruxelles): alle imprese europee che arrivino in Italia, sarà data la possibilità di adottare il regime fiscale di un’altra giurisdizione Ue. Lo Stato non ci perde nulla: questo è un meccanismo studiato per calamitare ditte che altrimenti non arriverebbero nel Belpaese. Se le aliquote pagate sono inferiori a quelle italiane, comunque si è “catturato” un nuovo contribuente. Si tratta di una sorta di “direttiva Bolkestein in vitro”, che porrebbe in concorrenza, all’interno del nostro Paese, principi ordinamentali diversi: con l’effetto positivo di “armare” interessi favorevoli alla modifica della nostra disciplina fiscale.

Il governo più liberale di sempre, o il tradimento dello spirito originario del berlusconismo? Che nella retorica dell’esecutivo, ci sia qualche cortocircuito è una cosa talmente ovvia che non vale neppure più la pena di segnalarlo. Ma sbagliamo se pensiamo che il cortocircuito non si estenda anche all’opinione pubblica. Come si produca il cambiamento sociale è una questione su cui gli studiosi si confrontano da sempre. Sono gli interessi e i rapporti di forza a prevalere, o piuttosto le idee prevalenti nella società in un certo momento nel tempo a piantare i semi dei cambiamenti legislativi?

Studiando l’Inghilterra dell’Ottocento, Dicey si era convinto che la produzione di norme avesse seguito le oscillazioni dell’opinione pubblica. Le idee sull’intervento dello Stato contribuivano a produrre o a frenare gli interventi dello Stato. Le idee politiche non camminano sui binari della storia, ma hanno bisogno di essere ciclicamente rimpacchettate e riproposte per farsi strada nel mondo. Gli intellettuali pubblici svolgono di norma questa funzione.

E oggi? Se il governo “non fa le riforme”, siamo sicuri che la colpa sia solo sua?

L’Italia ci viene sempre raccontata come un Paese nel quale c’è un unanime consenso circa il fatto che “le cose debbono cambiare”, ma vi sono forti pressioni da parte di pochi perché “le cose non cambino mai”. Le ragioni le conosciamo bene. Modifiche normative che vadano nell’interesse dei “contribuenti” o dei “consumatori” producono benefici dispersi e non sempre facilmente percettibili, ma hanno un costo molto pesante per alcune categorie di protetti e infeudati. In democrazia si vince sui grandi numeri, ma ai grandi numeri si arriva aggregandone di piccoli, appoggiandosi a gruppi che hanno la forza di garantire “pacchetti” di consenso sicuri. Non necessariamente stiamo parlando di rilevanti interessi economici: la moneta che regola lo scambio politico è il consenso, il denaro serve nella misura in cui lo lubrifica.

Ma la tesi dell’Italia avviluppata in una ragnatela di gruppi d’interessi non è autoconsolatoria, per quelli che la fanno propria? Pensare che il nostro Paese sia irredimibile è uno dei pochi tratti unificanti di ampi settori della nostra classe dirigente che, caso forse unico al mondo, non credono di rappresentare alcuni valori diffusi nella società: ma si definiscono “contro” la società italiana, come “meglio” di essa.

In un lungo intervento sul Foglio, il ministro Brunetta ha cercato di inquadrare l’azione del governo negli ultimi due anni come «una grande riforma neoliberale» a più tasselli richiamando «l’imperativo che impone di considerare lo Stato meramente strumentale rispetto allo sviluppo della società». Prescindendo da una valutazione sui risultati, è indubbiamente vero che il governo ha “aperto” numerosi file: la riforma dello Stato, l’università, i servizi pubblici locali, i finanziamenti allo spettacolo, le relazioni industriali, nelle more della crisi anche la riforma delle pensioni e il taglio dei costi della politica.

Se il popolino applaude (soprattutto sulle autoblu), quale è stato il contributo dell’opinione pubblica “attrezzata” a queste riforme? La triste verità è che è stato ben poca cosa. I giornali preferiscono accanirsi su notizie più salaci, che scartabellare nelle minuzie di leggi e regolamenti. E gli intellettuali pubblici? Il più delle volte, parlano una lingua sorprendentemente vaporosa. L’amara verità è che una cosa è invocare le riforme, un’altra cosa è produrre un’agenda, costruire “quella” riforma.

Siamo fra Scilla e Cariddi. Un’opinione pubblica più brava a fornire suggestioni che soluzioni. Una politica che torna all’autoreferenzialità, perché vede nelle critiche dei giornali una sponda del “golpe giudiziario”. La somma di queste due cose sottrae opportunità al Paese.

Anche se è difficile accertare quanto, la qualità del discorso pubblico ha un peso nella fabbricazione di buone scelte pubbliche. Che chi ha competenze e sta fuori dalla politica scelga di non partecipare al gioco, spingendo i decisori a una sorta di Aventino all’incontrario, per cui si rifiutano programmaticamente di cogliere idee nate al di fuori dal perimetro di un partito peraltro non particolarmente fertile di proposte, impoverisce il dibattito. E la vittoria del rumore di fondo sulla sostanza. Berlusconi avrà pure tradito la sua funzione storica, di “modernizzatore”. Dell’intellighenzia italiana, purtroppo, si può dire lo stesso.

Da Il Riformista, 18 luglio 2010
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