La spesa pubblica non si può eliminare
Una replica di Massimo Mucchetti alla lettera di Stagnaro al Foglio
Una chiosa alle osservazioni che l'amico Carlo Stagnaro mi ha dedicato ieri sul Foglio. Credo si possa convenire sulfatto che il capitalismo finanziario abbia catturato politica e regolatori, negli Usa e non solo, per massimizzare il rendimento del capitale trascurando il rischio di controparte poi finito a carico della spesa pubblica E pure sulla constatazione che politica e regolatori non si siano ancora ben liberati da quell'ipoteca, a meno di considerare riforme i balbettii del G20 e del Comitato di Basilea. Carlo mi fa dire che il crac del capitalismo finanziario sarebbe all'origine della nuova Tangentopoli. Ma così non è nella realtà e nemmeno nel mio testo. Questo crac rappresenta invece l'ultimo anello di una catena di fallimenti e di delusioni del settore privato che rivela quanto fosse illusoria l'idea anni Novanta che privatizzare bastasse di per sé a contrastare in modo efficace la corruzione legata alla gestione della spesa pubblica Più in generale, l'esperienza ci ha insegnato che i fondi pensione non sono meglio dell'Inps (Giulio Tremonti aggiungerebbe: anzi...), che la privatizzazione della sanità assorbe negli Usa una quota di pil doppia rispetto all'Italia con prestazioni mediamente inferiori (cfr. Cergas Bocconi), che se vogliamo produrre energia da fonti rinnovabili dobbiamo incentivarle e che pure il nucleare non sta in piedi senza pubbliche guarentigie (vedi Edf-Areva-Force de frappe). Il Welfare è certo un problema, ma la soluzione mi pare maledettamente più complicata di quanto pensasse, e spesso ancora pensi, l'Italia riformista. Poiché la spesa pubblica non si può eliminare, il problema diventa come renderla efficiente e generatrice di buone esternalità: come, per esempio, evitare che gli incentivi per l'eolico o il solare siano dettati dalle lobby di settore. E poiché la spesa pubblica dipende dalla politica, è sulla politica che va innescata la leva riformatrice, magari cominciando da una legge elettorale che sequestra il potere di scelta dei cittadini nelle mani dei leader e dei signori della cassa.

Da Il Foglio, 16 luglio 2010
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