L'emendamento ingiusto pro lobby delle farmacie
Nella quadriglia per decidere a quali gruppi appioppare i costi e a quali concedere privilegi i farmacisti sono i maestri di ballo
Perché in democrazia i gruppi d’interesse pesano tanto? La manovra in discussione in questi giorni non è soltanto un test per lo Stato dal punto di vista della finanza pubblica: lo è anche per le dinamiche del processo decisionale. La discussione parlamentare dovrebbe rappresentare un contrappeso all’azione di governo. Ma l’intreccio degli emendamenti è il campo di gara degli interessi particolari. Le Camere sono camere di compensazione.

A questo gioco, vincono quelli che sanno meglio “catturare” il legislatore. È normale che, in politica come in ogni altro ambito della vita, ciascuno badi al suo tornaconto. Ma se nel mercato gli interessi convergono e nelle scelte pubbliche invece no, è perché in quest’ultimo caso i benefici sono sempre concentrati mentre i costi sono diffusi. Lo Stato è davvero la grande finzione attraverso la quale tutti cercano di vivere alle spalle di tutti gli altri. I veti incrociati sulla manovra rappresentano proprio questo: un tentativo di farsi spazio, sulle spalle degli italiani.

Prendiamo il caso dei farmacisti, fra i massimi interpreti dell'arte della lobby. Le farmacie non sono esercizi commerciali come gli altri: l'offerta è direttamente pianificata dallo Stato, c'è una "pianta organica" che contingenta il numero delle farmacie, l'entrata nel mercato è ristretta su due livelli. Sia sul piano delle competenze professionali, sia ri spetto alla possibilità di aprire un nuovo esercizio - che, di fatto, non esiste. Il mero possesso dei requisiti professionali è una condizione sufficiente per lavorare in un farmacia: non lo è per diventare imprenditori di se stessi, mettendo su la propria. A questo stato di cose, si accompagna un sistema di remunerazione della filiera del farmaco che premia i diversi attori con una quota di prezzo decisa ex ante. Il 66,65% va al produttore, il 6,65% al grossista e il 26,70% finisce alla farmacia (al netto dell'Iva).

È un caso da manuale: i benefici sono concentrati, i costi sono dispersi e impercettibili da parte dei singoli cittadini. L'ultimo anello della catena, la farmacia, beneficia di una larga "fetta" del prezzo. C'è concorrenza, fra farmacie, nel senso che in una stessa città chi può contare su un ambiente più gradevole e personale più disponibile può sottrarre clienti agli altri. Ma non c'è competizione sui prezzi: a parità di condizioni, i cittadini pagano verosimilmente di più le loro medicine di quanto le pagherebbero in un contesto più concorrenziale.

È vero che il farmaco è una merce particolare, ma è un po' difficile sostenere che ricerca e innovazione siano resi possibili dall'apporto del farmacista - la cui professionalità si sostanzia semmai nel consigliare il paziente rispetto a un uso consapevole e appropriato dei prodotti che vende.

I margini di remunerazione del farmacista sono quelli che abbiamo ricordato, ma era prassi che in Italia la distribuzione finale ottenesse dai grossisti uno "sconto" in media del 3,65%, arrotondando la propria quota effettiva al 30,35%. Nella manovra, il governo aveva disposto che questo 3,65% fosse "trattenuto" dalle farmacie a vantaggio dello Stato. Le industrie del farmaco sono già state chiamate più volte, negli scorsi anni, a ripianare lo sforamento della spesa farmaceutica (che dovrebbe stare al di sotto di un "tetto", che è una percentuale della spesa sanitaria complessiva). Se passasse l'ennesimo emendamento Azzolini, la quota di spettanza dei grossisti scenderebbe al 3%, ma il margine dei farmacisti salirebbe al 30,35%. La trattenuta a favore dell'Ssn non sarebbe più del 3,65% ma dell'1,22% sul prezzo al pubblico al netto dell'Iva. Il 2,43% che manca verrebbe ripescato dalle tasche delle aziende farmaceutiche. Che non sono agnellini ma che già oggi hanno, in Italia, remunerazioni dei loro prodotti inferiori alla media dei Paesi Ocse. Con forti problemi e grandi disincentivi a investire, da noi, in ricerca e sviluppo (e quindi in capitale umano di qualità).

Si può ben dire - e hanno ragione i farmacisti a farlo - che il governo si accanisce contro i medicinali perché sono il segmento della spesa sanitaria più facile da tagliare, dal momento che una sforbiciata su questo fronte non ha impatto sugli impiegati pubblici nel settore, ma il fatto che si colpiscano più volentieri le imprese che le farmacie è curioso. Si preferisce penalizzare chi fa innovazione, piuttosto che smuovere le acque in una distribuzione medioevale, dove a ogni passaggio si paga dazio.

Da Il Riformista, 7 luglio 2010
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