Obama avrà la riforma che il popolo non vuole
Non sarà un grande momento nella storia di una grande democrazia: ma solo il trionfo dell’ossessione di un singolo uomo
Il trionfo di un’ossessione. Se oggi Barack Obama riuscirà a far passare alla Camera dei rappresentanti il suo piano decennale da 940 miliardi di dollari per ampliare l'intervento pubblico nell'assistenza medica negli Usa, i suoi demoni personali l’avranno avuta vinta sul suo istinto di sopravvivenza. La sua popolarità è al 46% e l’opposizione alla legge in transito alla Camera dei Rapresentanti è capillarmente diffusa. In Europa la questione riesce difficile da capire. Per esempio, leggo sul sito del Corriere che, in Emilia Romagna, il candidato “grillino” Giovanni Favia ha rintuzzato le critiche di Anna Maria Bernini e Gian Luca Galletti, aspiranti governatori rispettivamente per il Pdl e per l’Udc, alla sanità regionale. “Obama si dà da fare per fare diventare pubblicità la sanità e noi silenziosamente la privatizziamo”, avrebbe detto Favia. Immagine quantomai forte, che evocherebbe da una parte un confronto democratico aperto, teso a rispondere a una domanda di giustizia sociale della gente (così a Obamaland), e dall’altra un frenetico lavorio nelle segrete stanze, a vantaggio di pochi amici degli amici (e sarebbe il caso dei “privatizzatori”).

È innegabile che sulla sanità negli Usa ha avuto luogo un dibattito che per complessità dei temi e passione politica fa impallidire qualsiasi cosa noi si sia mai visto, in Italia, negli ultimi quindici anni. Ma chi crede nella democrazia dovrebbe ricordarsi che è il “governo del popolo, dal popolo, per il popolo”. Se i segnali che vengono “dal” popolo” e corrispondono alle intenzioni “del” popolo indicano chiaramente che il popolo una sanità universalistica non la vuole, è giusto imporgliela solo perché un pezzo dell’élite è convinto che sia la cosa migliore “per” esso?

La nuova sanità americana sortirà da un peculiare processo legislativo, per cui la Camera approverà due diversi testi di legge: quello sortito dal Senato lo scorso autunno, e un altro disegno di legge che emenda quello. Questo farà sì che votando gli emendamenti si eviti di discutere un testo di legge che è profondamente diverso da quello precedentemente approvato al Senato, il pacchetto ritornerà con una procedura detta di “reconciliation”, per cui verrà considerato speditamente e con esclusiva attenzione rispetto al profilo dei costi che rappresenta per il bilancio americano. Della serie: in amore, in guerra e in politica tutto è lecito.

Gli Usa non hanno un sistema sanitario universalistico: la copertura assicurativa arriva di norma come benefit ancillare ai contratti di lavoro, sulla base di un “contratto sociale” che risale più o meno agli anni Cinquanta. Si verificò allora la nascita di un sistema sanitario che, attraverso polizze stipulate per il lavoratore dall’azienda per cui lavora, esentasse, va a tutelare essenzialmente gli occupati. Il sistema non lascia fuori l’urgenza-emergenza, come si vede nei telefilm: le strutture ospedaliere sono obbligate a prestare soccorso a chi si trova in condizione di pericolo. I più anziani e i più poveri sono già ora coperti da un sistema sanitario statale, che ha di per sé problemi di sostenibilità: è di questa settimana la notizia che la catena di farmacie Walgreens non accetterà più ricette di pazienti Medicaid (il programma che fornisce aiuti per la salute alle famiglie con basso reddito) nello Stato di Washington, perché i rimborsi sono stati limati all’osso.
Le distorsioni sono numerose: ad esempio, le polizze vanno sempre stipulate con una compagnia assicurativa che abbia sede nello stesso Stato in cui lo ha l’impresa stipulante, il che rappresenta una artificiale limitazione della concorrenza. Eppure, questo “incrocio” di diverse tipologie di copertura ha sempre tutelato almeno un diritto: quello di uscirvi, ricorrendo al risparmio privato o scegliendo di non lavorare per il governo, nel caso dei fornitori.

Obama dice la verità quando sottolinea che vi è una fascia di persone che ha un reddito troppo alto per poter essere coperta da Medicaid, ma troppo basso per poter acquistare un'assicurazione privata nel caso in cui non goda della copertura del datore di lavoro. Dice la verità quando sottolinea come la spesa sanitaria in America sia ben più alta che altrove nel mondo (il 16% del PIL). Ma mente quando, per convincere i “blue dog” (democratici fiscalmente responsabili) sostiene che il suo programma farà risparmiare quattrini.

In una lettera al repubblicano Paul Ryan (che l’ha resa pubblica su Facebook), il direttore del Congressional Budget Office Douglas Elmendorf dice che Obamacare influirà sul deficit nei prossimi dieci anni e nei successivi “i fattori di incertezza sono tali che non è possibile fare stime”. Obamacare prevede un aumento dei sussidi alla domanda, quindi un aggravio dei costi, e un tentativo di calmierare i premi assicurativi attraverso la tassazione e non attraverso la concorrenza. La svolta “all’europea” sarà graduale, ma in un sistema fondato vieppiù su obblighi assicurativi e intermediazione pubblica sarà nei fatti. Pesando sul deficit e molto probabilmente andando a scoraggiare l’innovazione da parte delle imprese medicali, nel Paese che più ha contribuito agli avanzamenti della tecnologia negli ultimi quarant’anni. Sono rischi il popolo americano in tutta evidenza non vuole correre. Non sarà un grande momento nella storia di una grande democrazia: ma solo il trionfo dell’ossessione di un singolo uomo. 

Da Il Riformista, 21 marzo 2010
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