Tieni duro Bogart
Viviamo in un mondo di folli: la lotta al tabacco colpirà anche i film
Non c’è nulla di originale nel dire che questo è un mondo di folli. Ma è difficile pensarla diversamente. Come prova documentale di questa settimana, valga la pagina 31 del Corriere di ieri, che ospita un lungo articolo di Agostino Gramigna: “Smoking, no smoking. Il fumo torna al cinema. Tra le polemiche”. La follia non sta nel pezzo, ma in alcune delle dichiarazioni che vi sono raccolte.

Il punto di partenza è ben riassunto dal titolo. Dopo anni d’isteria in cui sul grande schermo una sigaretta la si poteva tollerare al massimo fra le labbra di un boss malavitoso, qualcosa comincia a cambiare. Nel pur politicamente più che corretto “Avatar”, la politicamente correttissima Sigourney Weaver, scienziata coi nervi a fior di pelle, fuma. E così è anche in una batteria di kolossal di recente fattura. Il cinema, del resto, persino quando è faraonico e roboante nelle trame e nelle scene, nei dettagli deve assomigliare alla vita. Solo così vero e finto possono confondersi. Per certi attivisti, è apparentemente un segnale. Le infide multinazionali del tabacco hanno finalmente messo in atto il diabolico piano anticipato nelle scene centrali di “Thank you for smoking” (manco a farlo apposta, un film in cui si fuma): ovvero quando il geniale lobbista con un debole per le brune che è l’antieroe di quella storia, immagina un’alleanza con Hollywood per fare di nuovo del fumatore un modello positivo.

La realtà non supera la fantasia ma quantomeno ne tiene il passo. Sembra esserne convinto Giacomo Mangiaracina, il responsabile tabagismo della Lega italiana lotta ai tumori. Non conosco il signor Mangiaracina, spero tuttavia sia stato male interpretato dal suo intervistatore. Secondo Gravigna, infatti, Mangiaracina “vede nella Philip Morris un subdolo nemico” (questo lo capisco) ma in quanto “hanno finanziato (la Philip Morris) il restauro del neorealismo italiano (Signore e signori, Pane amore e fantasia, MIracolo a Milano)”. Gravigna: “Oggi le case del tabacco sono all’attacco e sembrano foraggiare nuovamente le grandi produzioni. Un segnale potrebbe essere il ritorno al genere realismo. Dove la sigaretta in bocca è motivata da esigenze di copione”.

Premessa: non ho idea di come sia fatto il bilancio della Philip Morris, quali siano le forme di diversificazione che pratica, dove faccia i suoi investimenti. Nell’era della corporate social responsibility, le imprese (soprattutto quelle del ramo brutti e cattivi come le big del tabacco) s’inventano di tutto. Patrocinano mostre, espongono quadri, foraggiano iniziative culturali le più varie. Però confesso che se Philip Morris aiutasse il restauro di quelle vecchie glorie del cinema italiano solo perché gli attori fumano, mi sorprenderebbe non poco. Vorrebbe dire che l’amministratore delegato non ha sangue umano nelle vene, è invece una specie di Lord Voldemort, un concentrato di malvagità al massimo grado, astutamente lungimirante al punto di investire su impercettibili cambiamenti nell’opinione pubblica oggi, per raccoglierne i frutti, se tutto va bene, fra un centinaio d’anni. Per la gioia dei suoi azionisti, destinati, fumatori e no, a tirare le cuoia ben prima.

Spero che il signor Mangiaracina sia stato male interpretato anche per un altro motivo. Mentre accusa (con quali prove?) Carlo Verdone di beneficiare di “sovvenzioni extra” per far fumare i propri personaggi, innanzi “all’aumento dei giovani fumatori” sfodera una proposta rivoluzionarla per combatterlo: “vietare il cinema ai minori”. Ripetete con me: vietare il cinema ai minori. Un paio di insignificanti dettagli: ciò che è già vietato è la vendita di sigarette ai minori di 16 anni (divieto largamente aggirato, come sappiamo, ma questa è un’altra storia). Ed è vietato, a tutti, di fumare nei locali aperti al pubblici. Checché si possa pensare della Legge Sirchia, essa è concepita per limitare i danni che la scelta, consapevole, di fumare produce su chi non fuma. Possiamo discutere sui danni effettivi, e sull’ambito di applicazione di una norma del genere (che calpesta, di fatto, i diritti di proprietà privata), ma alla politica, allo Stato, questo può essere chiesto. Di limitare le conseguenze del comportamento di alcuni, per su tutti gli altri.

Gli attori fumano al cinema perché le persone fumano nella vita reale, e questo non ne fa né dei pervertiti né dei mostri: semplicemente, dei fumatori. C’è informazione più che abbondante, sui danni accertati ed ipotetici della nicotina. L’epidemiologia non è uno sport di massa, ma che fumare bene non faccia l’abbiamo capito tutti. Se però, sapendolo perfettamente, io mi accanisco a pensare che il mio pacchetto di sigarette al giorno, o i miei quattro tiri di pipa, siano un gioco che vale la candela, saranno o no cavolacci miei? Si dirà: Hollywood dovrebbe dare modelli positivi. Ma chi l’ha detto? Una buona metà degli eroi del cinema sono personaggi scarsamente raccomandabili, che nessuno di noi frequenterebbe nella vita reale. Sul grande schermo non vogliamo ritrovare gli amici di sempre, altrimenti andremmo a casa loro a vederci i filmini delle vacanze. Vogliamo appassionarci, emozionarci, ridere, piangere. È questo che chiediamo all’arte - dall’opera alla letteratura, dalla poesia al teatro. Non di aiutarci a smettere di fumare.

Eppure, qualche anno fa si parlava di levare la sigaretta di bocca ad Humphrey Bogart in “Casablanca”. Il che, perdonatemi, ammette un solo commento. Viviamo in un mondo di folli.

Da Il Riformista, 21 febbraio 2010
Privacy Policy
x