E la sanità di Barack diventa punto debole
La riforma rischia una sconfitta. Gli americani si oppongono alla statalizzazione
Una vittoria, in certi casi, può tradursi in una sconfitta; ed è questo il destino che sta conoscendo Barack H. Obama all'indomani dell'approvazione, a fine dicembre, del suo piano di riforma sanitaria (bisognoso, però, di tornare dinanzi al Senato). Vista dall'Europa, la situazione può sembrare strana, dato che da noi si è ascoltato solo un coro favorevole alle nuove norme. Ma in America l'opposizione alla crescente statalizzazione della medicina è fortissima.

Va chiarito che la riforma non riguarda in primo luogo i ceti più deboli. Negli Stati Uniti, fin dal 1965 il programma Medicaid garantisce il pagamento della copertura sanitaria ai gruppi meno abbienti; poiché si tratta di iniziative che sono lasciate alla competenza dei singoli stati, non è possibile indicare la soglia al di sotto della quale si ha diritto a essere aiutati (dipende, ovviamente, anche dalle dimensioni della famiglia), ma in linea di massima i poveri sono tutelati. La riforma, allora, è stata voluta per venire incontro alle necessità della gran massa del ceto medio, che però sembra proprio non gradire. Quando a Washington hanno sfilato molte centinaia di cittadini uniti nella protesta, è apparso chiaro che la stella del Presidente, ormai, mandava una luce sempre più fioca.

Nel biennio 2007-8 la campagna del politico di Chicago era stata brillante e vacua al tempo stesso, o forse tanto più brillante quanto più vacua. Il candidato democratico si era presentato come espressione del «nuovo» e certo era stato agevolato in questa operazione dai molti errori dell'amministrazione Bush. L'idea trasmessa era che bisognasse voltare pagina, conciliando crescita e socialità. Visto come stanno andando le cose, gli americani non avranno né l'una né l'altra.

Anche se quella approvata non è la riforma che aveva in mente (e questo ha scontentato tanti progressisti, delusi dai tatticismi di Palazzo), alla fine Obama pare avercela fatta, ma per la società americana il conto sarà salato. Il socialismo non è gratis da nessuna parte, e gli oneri connessi al nuovo modello aggraveranno in un modo o nell'altro la disoccupazione, già oggi sopra il 10 per cento. Dato che negli Usa il sistema sanitario è strettamente agganciato al mondo produttivo, il rischio è di avvitarsi in un circolo vizioso.

Alle imprese con lavoratori a tempo pieno le nuove norme impongono di coprire almeno il 72,5 del costo di una «copertura assicurativa accettabile»: il che significa un nuovo e pesante prelievo mensile. Conseguenze? Avremo meno posti di lavoro proprio nelle fasce più deboli, dato che tanti imprenditori saranno disincentivati dall'assumere: specie se si tratta di prendere in azienda lavoratori a scarsa qualificazione. Pensata per aiutare i più deboli, la riforma danneggerà soprattutto loro.

Per giunta, la legge contrasta con la sensibilità dell'uomo comune americano, in ragione di troppi elementi illiberali. E non a caso l'amministrazione è sempre più accusata di imporre logiche socialiste.

Ora c'è anche la possibilità che l'iter parlamentare s'interrompa. La riforma ha reso impopolari i democratici, e per questo motivo si profila una loro sconfitta perfino in Massachusetts, dove si vota il senatore che sostituirà Ted Kennedy. Sarebbe una bella riprova che come un sistema basato su elezioni ripetute possa, quanto meno, costringere il ceto politico a tenere in debita considerazione le attese degli elettori: che a Boston si apprestano a votare il candidato repubblicano proprio per affossare l'Obamacare.

Da Il Tempo, 20 gennaio 2010
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