Il Clima tra scienza e politica
Copenaghen: riscaldamento globale e cambiamenti climatici diventati ormai un affare politico
 

Copenaghen sta dimostrando che riscaldamento globale e cambiamenti climatici sono ormai diventati un affare meramente politico, con tutte le conseguenze che ciò comporta. I grandi vincitori in materia climatica sono oggi politica e burocrazia, che grazie all’isteria ambientalista per decenni cucinata a fuoco lento sono ora in grado di godersi il banchetto interventista: nuove tasse, nuove regolamentazioni ed il ritorno al protezionismo economico. Posto nel contesto di perenni deficit pubblici e di una depressione economica mondiale che ha tutto fuorché dall’esser finita, il risultato non è niente male per chi ha una visione autoritaria della società.

Tuttavia, se gran parte della popolazione oggi è diventata sensibile alle tematiche ambientali, lo è anche perché i suoi bisogni primari sono stati in gran parte soddisfatti. Non dalla politica, ma dall’avanzata nel mondo del libero mercato. In fondo, nessuna persona sensata vuol vivere in un mondo inquinato, ma è anche vero che chi muore di fame non si preoccupa in primis dell’ambiente. Ciò ha due importanti implicazioni: che tra qualche anno anche i consumatori cinesi ed indiani inizieranno spontaneamente a far sacrifici per un ambiente più pulito e che, come sostiene la recente petizione dell’International Policy Network di Londra (www.policynetwork.net), introdurre i dazi ecologici per le merci prodotte fuori Europa con alta intensità di emissioni è invece la misura più devastante ipotizzabile, perché ucciderebbero crudelmente nella culla le speranze di benessere di molti paesi in via di sviluppo.

I grandi perdenti in tutto il fattaccio sono gli stessi climatologi, il cui faticoso e meticoloso dibattito scientifico viene da tempo bellamente ignorato, come ha recentemente sottolineato Richard Lindzen sul Wall Street Journal. Sempre più ricercatori dissentono dall’IPCC dell’ONU (gli interessati vedano per esempio i siti www.nipcc.ch e www.sepp.org). La colpa è anche di chi tra loro ha deciso di vendere la propria anima alla politica, come lo scandalo del climategate esploso qualche settimana fa insegna. A tal riguardo, è curioso che la Climate Research Unit della University of East Anglia (Gran Bretagna), all’origine della manipolazione dei dati, fu pure direttamente coinvolta nel 1974 nella stesura di un rapporto segreto per la CIA, recentemente scoperto su microfilm dall’ingegnere italiano Maurizio Morabito di Londra, in cui si affermava il rischio di un’imminente mini-era glaciale con conseguenti crolli della produzione agricola e carestie planetarie. Una scienza che nel giro di trent’anni arriva a due conclusioni apocalittiche diametralmente opposte ha forse bisogno di maggiori fondi e maggior serenità di dibattito, prima di servire da base per drastiche politiche economiche.

In tema di riscaldamento globale manca qualsiasi seria discussione razionale ed analisi costi-benefici. Eppure qualche soluzione alternativa esiste. Concentrandosi tutti sul taglio delle emissioni di CO2, si dimentica l’adattamento ai cambiamenti climatici, la chiave di volta dell’evoluzione umana. Chiunque sa come le popolazioni dei vari angoli del mondo abbiano saputo adattarsi sia a carenza sia ad eccesso d’acqua, a freddo o caldo estremi, ad inondazioni o deserti. Il catastrofismo di Copenaghen e di certi film hollywoodiani fa a pugni con il senso comune.

In un mondo dai mezzi necessariamente limitati, la lotta al cambiamento climatico va peraltro posta in seria relazione con tutti gli altri grandi problemi che attanagliano l’umanità. Nel 2004, e nuovamente nel 2008, il danese Bjørn Lomborg ha a questo scopo invitato esperti di tutto il mondo a stilare, in seno al Copenhagen Consensus (www.copenhagenconsensus.com), la lista delle priorità politiche globali. Ne è emerso l’interessante libro Global Crisis, Global Solutions che pone un chiaro accento su malnutrizione, medicine per bambini e libero scambio. Le politiche climatiche slittano tremendamente in basso nella classifica, visti i loro alti costi e gli incerti benefici. L’ambientalista scettico (questo il titolo di un altro noto libro di Lomborg) propone perciò di investire lo 0,2% del prodotto interno lordo mondiale in ricerche per fonti di energia meno inquinanti, con l’obiettivo di portarle ad una maggiore maturità tecnologica prima della loro introduzione su vasta scala. Altro che l’1% o il 3% ipotizzati a Copenaghen. Nel frattempo ci si occupi dei problemi più urgenti che oggi falciano milioni di vite indifese.

Da Corriere del Ticino, 15 Dicembre 2009

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