Matt Ridley: Selezione darwiniana e ordine spontaneo
Nel concetto di ordine spontaneo creato dal basso dell'evoluzionismo si può intravedere, a ben guardare, la mano invisibile di Adam Smith
Questo articolo è stato originariamente pubblicato su The Spectator, 10 gennaio 2009

Nel febbraio di quest’anno è ricorso il bicentenario della nascita di Charles Darwin. Non è un’esagerazione affermare che Darwin ha dedicato i centocinquant’anni trascorsi dalla pubblicazione de L’origine delle specie a battersi per l’idea di una discendenza comune tra le diverse specie viventi. Sebbene il grande studioso sia ovviamente morto da lungo tempo, egli sta ancora lottando per affermare il concetto che gli scimpanzé sono nostri cugini e i cavolfiori nostri parenti. Si tratta di un’idea talmente inusitata che Darwin è ancora oggi un pensatore rilevante ed è riverito e aborrito in pari misura. Sotto un certo aspetto, tuttavia, questo principio non è altrettanto radicale e fondamentale dell’altro concetto, assai più profondo dal punto di vista filosofico, che Darwin ci ha lasciato in eredità, ossia che l’ordine possa generare se stesso e che il mondo vivente sia un complesso ordinato dal basso. In internet, l’ordine “non ordinato” di Darwin è oggi più presente che mai.

Gli esseri viventi sono mulinelli nel gran fiume dell’entropia. Con ciò vogliamo dire che, mentre l’universo diviene gradualmente più omogeneo e disordinato, vi sono piccole porzioni di esso che sono in grado di invertire la tendenza e, incorporando quantità di energia, diventare per un certo tempo più ordinate e complesse. In effetti, ciò è quanto avviene ogniqualvolta è concepito un bambino. Ogni essere umano è costruito da 20.000 geni in grado di attivarsi e interagire in una sinfonia di straordinaria precisione ed è dotato di un cervello costituito da dieci milioni di milioni di sinapsi, ciascuna delle quali viene continuamente ridefinita e rimodellata dalle nostre esperienze. Nel complesso si tratta di una macchina di squisita armonia, che utilizza il glucosio come sola fonte d’energia. Darwin afferma che tutto ciò non è stato guidato dall’alto, bensì è stato creato da un comportamento emergente dal basso. La fedele riproduzione degli elementi costitutivi, la loro occasionale mutazione casuale e la sopravvivenza sulla base della selezione possono rappresentare una forza straordinariamente capace di produrre un progresso e di costruire gradualmente strutture di immensa complessità. In effetti, questo processo ha saputo creare qualcosa di gran lunga più articolato di quanto potrebbe mai realizzare un artefice che si ponesse consapevolmente un deliberato obiettivo: con tante scuse a William Paley e a Richard Dawkins, ha saputo creare un orologiaio.

Le idee, esattamente come i corpi fisici, evolvono modificandosi. Almeno in parte, Darwin ha derivato questo concetto dagli economisti i quali, a loro volta, lo avevano desunto dalla filosofia empirica. Locke e Newton generarono Hume e Voltaire, che generarono Hutcheson e Smith, che generarono Malthus e Ricardo, che generarono Darwin e Wallace. Prima di Darwin l’esempio classico di sistema non disegnato da un artefice era l’economia descritta da Adam Smith, che raggiunge un ordine spontaneo per mezzo delle azioni dei singoli individui, anziché essere preordinata da un monarca o dal parlamento. Dove Darwin aveva defenestrato Dio, Adam Smith aveva gettato alle ortiche il governo. Per una felice simmetria, quest’anno è una data importante anche per Smith: nel 2009, infatti, ricorre il duecentocinquantesimo anniversario della pubblicazione del suo primo libro, la Teoria dei sentimenti morali. Si tratta di un’opera invero darwiniana nel sottolineare che l’affetto per il prossimo è un sentimento che oggi diremmo innato e che le persone sono, per natura, parimenti buone e cattive.

Il debito di Darwin nei confronti degli studiosi di economia politica è considerevole. Nel 1829, l’ultimo anno di università a Cambridge, egli scriveva in una lettera: «I miei studi consistono in Adam Smith e Locke». A Maer, la residenza dello zio Josiah Wedgwood nello Stafforshire, ebbe più volte occasione di incontrare Sir James Mackintosh, il giurista ed esponente politico difensore del laissez-faire (la figlia di Mackintosh, tra l’altro, sposò il cognato di Darwin ed ebbe una relazione con suo fratello). Durante il famoso viaggio  sul brigantino Beagle, Darwin poté leggere l’opera del naturalista Henri Milne-Edwards, che cercava di applicare agli organi del corpo il concetto di divisione del lavoro desunto da Smith. A sua volta, Darwin non esitò ad applicare il medesimo concetto alla divisione del lavoro tra le varie specie di un ecosistema: «Il vantaggio dovuto alla diversificazione degli abitanti di una medesima regione è, in effetti, il medesimo che si ricava dalla divisione fisiologica del lavoro tra gli organi dello stesso corpo, un tema illustrato in modo eccellente da Milne-Edwards».

Oggi, in generale, Adam Smith viene rivendicato come “padre nobile” della destra, mentre Darwin lo è per la sinistra. Nel Sud e nel Sud-Ovest degli Stati Uniti, bastioni dell’individualismo, del liberismo e dell’apologia dello Stato minimo di Smith, Darwin è detestato per aver contraddetto il racconto biblico della creazione. E tuttavia, se il mercato non ha bisogno di un pianificatore centrale, perché la vita dovrebbe necessitare di un artefice intelligente? E viceversa, in un tipico laboratorio di biologia europeo è facile trovare ferventi sostenitori delle proprietà individualistiche, emergenti e decentrate dei genomi che, al tempo stesso, auspicano un determinismo dirigista per mettere ordine nell’economia.

L’ombra gettata dal determinismo di Karl Marx è talmente lunga che è facile dimenticare quanto apparisse radicale il liberalismo economico degli economisti politici negli anni Trenta dell’Ottocento, ossia nel periodo in cui il pensiero di Darwin prese forma. Per non prendere che un esempio, basta esaminare il caso di Harriet Martineau, che ebbe una piccola ma essenziale influenza su Darwin. Figlia di un produttore di cotone di Norwich rovinato da una crisi bancaria negli anni Venti, Harriet Martineau viveva scrivendo. Era una femminista dichiarata e una radicale che non esitò a viaggiare negli Stati Uniti attaccando la schiavitù, raggiungendo una tale notorietà che nella Carolina del Sud si complottava per linciarla. Eppure, negli anni precedenti, era diventata famosa per le sue Illustrations of Political Economy, una serie di racconti didattici aventi lo scopo di far conoscere ai lettori le idee di libero scambio e libero mercato di Adam Smith (che definiva «di straordinario pregio»), di David Ricardo e di Robert Malthus e, più in particolare, far comprendere ai lavoratori che i loro interessi erano congruenti con quelli dei datori di lavoro.

Le Illustrations vennero scritte mentre Darwin era in viaggio sulla Beagle. Rientrata dall’America, la Martineau strinse amicizia con Erasmus Darwin, il fratello maggiore del naturalista e, negli anni Trenta, giunse a frequentarlo quasi quotidianamente. Erasmus presentò Harriet al fratello, che ben presto giunse a pendere letteralmente dalle sue labbra. Se non fosse stato per la bruttezza della Martineau, l’adorazione di Charles Darwin avrebbe potuto giustificare i timori del padre, convinto che uno dei suoi figli avrebbe finito con lo sposare la scrittrice. In realtà, il cauto e prudente Darwin preferì la cugina Emma Wedgwood, una ragazza modesta e timorata di Dio, alla leonessa del libero pensiero. Non v’è dubbio che Darwin e la Martineau abbiano parlato della schiavitù, che Charles aveva potuto osservare con raccapriccio in Brasile. Tuttavia Harriet Martineau era stata una confidente di Malthus (a dispetto del fatto che questi avesse un problema di pronuncia e Harriet fosse dura d’orecchio) e non vi è dubbio che i due abbiano discusso anche di economia politica. Sarà stata una coincidenza che Darwin abbia letto Malthus, probabilmente non per la prima volta, nell’ottobre del 1838, proprio nel periodo in cui stava cercando un meccanismo che spiegasse l’evoluzione?

Malthus insegnò a Darwin la triste verità che l’eccessivo aumento della popolazione sfocia necessariamente in epidemie, carestie o violenza e quindi gli permise di intuire che, in una lotta per la vita, la sopravvivenza può essere selettiva. Ma l’idea che, accompagnata da mutazioni casuali, questa selezione per la sopravvivenza possa produrre strutture complesse e sofisticate a partire da organismi più semplici, che si tratti dunque di una forza creatrice dagli effetti cumulativi, è interamente di Darwin. Si tratta di un’idea, per giunta, applicabile anche al di fuori del regno degli esseri viventi.

La tecnologia è un esempio calzante: sebbene i tecnici si cullino nella beata illusione di progettare cose, quasi tutto quel che realizzano consiste nel far progredire gradualmente una “discendenza” apportando modifiche ai ritrovati del passato. Per ogni invenzione può essere individuata un’ascendenza ben precisa: come ha affermato lo studioso di genetica François Jacob, «creare significa ricombinare». La prima automobile venne descritta dallo storico L.T.C. Holt come la progenie della bicicletta e della carrozza a cavalli. Proprio come gli organismi viventi, la tecnologia è soggetta a mutazioni (come nel caso dell’invenzione del filatoio meccanico), riproduzione (ossia la rapida meccanizzazione dell’industria del cotone dopo che ogni produttore iniziò a copiare i prodotti dei concorrenti), ibridazione (come quando Samuel Crompton accoppiò il telaio ad acqua al filatoio meccanico [in inglese “jenny”, che sta anche per asina], realizzando il filatoio meccanico intermittente [in inglese “mule”]), concorrenza (in cui svariati progetti lottavano per imporsi nei primi cotonifici), estinzione (nel 1800 il filatoio meccanico era ormai obsoleto) e complessità crescente (i moderni cotonifici sono azionati dall’energia elettrica e interamente computerizzati).

Anche la tecnologia conosce progressi e “corse agli armamenti” tra concorrenti. Proprio come un cavallo del giorno d’oggi può agevolmente distanziare un Mesohippus a tre dita di trenta milioni di anni fa, un’automobile moderna supera di gran lunga la velocità di un calesse. Ciò nonostante la velocità di un cavallo è appena sufficiente a rimanerlo fuori dalla portata di un leone del giorno d’oggi, così come le prestazioni di una Land Rover bastano a malapena a conservare la sua fetta di mercato nei confronti della Toyota. I biologi indicano questo fenomeno, che consiste in un continuo progresso al solo fine di “rimanere fermi” (ossia conservare la propria posizione relativa ai concorrenti, sia pure ottenendo un miglioramento assoluto delle proprie condizioni) con l’espressione “la corsa della Regina Rossa”, ispirata all’omonimo personaggio di Attraverso lo specchio di Lewis Carroll.

Gli informatici che progettano software hanno imparato ad avvalersi delle potenzialità del cosiddetto metodo del “trial and error”, provando e riprovando soluzioni provvisorie al fine di metterne in evidenza le carenze e gli errori, piuttosto che cercare di eliminare tutti i possibili problemi in fase di progetto. A partire dagli “algoritmi genetici” negli anni Ottanta, gli informatici hanno iniziato a disegnare programmi in grado di sperimentare cambiamenti nel proprio codice fino a trovare una configurazione capace di risolvere il problema che era stato posto. In seguito è nato gradualmente un vero e proprio movimento, quello del software open-source, nel quale erano gli utenti stessi a modificare i programmi e condividere con gli altri i miglioramenti apportati. Linux e Apache sono sistemi operativi realizzati con questo metodo “democratico”, ma tale pratica abbraccia ormai da tempo altri ambiti. Wikipedia è un deposito di conoscenze creato dal basso che, con tutti i suoi difetti, fin dal suo esordio ha saputo facilmente eguagliare l’esattezza e la profondità di enciclopedie tradizionali scritte da esperti. Wikipedia cresce grazie alla selezione naturale operata sulle aggiunte e sulle correzioni degli utenti.
Anche internet è uno spazio sempre più darwiniano, plasmato dall’autorganizzazione e dal decentramento: il termine più di moda per definire la rete è “swarm intelligence”, ossia “intelligenza a sciame” o intelligenza collettiva. Trey Ratcliff, fondatore di un’azienda di giochi per computer nel Texas, mi ha confidato di sentirsi più una vittima che un inventore nell’evoluzione della tecnologia: «Affermare che Edison ha inventato il fonografo è un po’ come sostenere che la seta è stata inventata da un ragno».

Il massimo esempio di complessità creata dal basso è il mercato. Come ha scritto l’economista Paul Seabright, quel sistema quasi miracoloso in virtù del quale egli può uscire di casa e acquistare una camicia in qualsiasi momento, con la ragionevole certezza che il coltivatore di cotone, il tessitore, il produttore di camicie, il corriere e il dettagliante l’abbiano lì pronta ad aspettarlo non appena entra in negozio, non è pianificato, né progettato a tavolino. Il mercato evolve. L’alternativa guidata dall’alto non ha ottenuto grandi successi e nessuno dubita del fatto che, se il settore dell’abbigliamento fosse guidato da un ipotetico Servizio Nazionale della Camiceria, non mancherebbero liste d’attesa, quote e scarsità di prodotti.

Il dirigismo, ovviamente, ha la sua importanza nella regolazione e nel funzionamento, se non nel disegno, delle istituzioni. Così come una scuola non può funzionare senza un insegnante, né un’azienda senza un manager o un esercito senza un generale, le attività quotidiane di un organismo sono dirette dal cervello. Ma nella loro presunzione, gli esseri umani tendono ad esagerare il loro grado di controllo dalle organizzazioni e a ignorare quanto dipendano da esse.

Il rovescio della medaglia del darwinismo dal basso è che gli effetti cumulativi che conducono alla nascita di strutture complesse possono sopraggiungere solo in seguito alla selezione operata dalla morte o dal celibato. Da ciò può derivare una forma di vita meravigliosa, ma non bisogna dimenticare che essa nasce con le mani, per così dire, macchiate di sangue. I darwinisti sociali del diciannovesimo secolo e i sostenitori dell’eugenetica nel ventesimo erano convinti che, per tale motivo, si dovessero spingere i più forti a prevalere, in modo che la selezione naturale continuasse ad agire. Questa convinzione, tuttavia, si fonda su una lettura fondamentalmente errata della società umana. Il corpo umano può ben essere l’esito di tre miliardi di anni di selezione tra i geni, ma la civiltà e la prosperità sono il risultato di 50.000 anni di una selezione, assai più rapida, tra le idee. È perfettamente possibile alleviare, in nome di un senso di umanità, la selezione genetica, pur permettendo alla selezione culturale di continuare ad agire: la morte di un’idea non è necessariamente un avvenimento crudele.

Vi è tuttavia un altro parallelo, più pertinente e inquietante, tra la selezione biologica e quella culturale. Così come gli aspetti costruttivi della selezione naturale non hanno impedito che si verificassero episodi di estinzioni di massa (una delle quali, 251 milioni di anni fa, ha spazzato via il 96 per cento delle specie marine), la capacità di costruire ordine esibita dal mercato non può prevenire le crisi. Anche sistemi raffinati, in grado di opporsi all’inesorabile aumento dell’entropia, sono soggetti ai capricci del caos matematico. E Darwin non può farci nulla.

Da The Spectator, 10 gennaio 2009
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