Modello lombardo e liste d’attesa. Un caso di sanità
Lo Stato non mantiene una sanità pletorica per offrire cure ai pazienti. Offre cure ai pazienti per mantenere una sanità pletorica
Ieri Repubblica Milano titolava: scoppia il caso liste d’attesa, s’intende in Lombardia. Il Governatore Roberto Formigoni, a fine mandato e in attesa della campagna elettorale di primavera, ha voluto tornare sui temi della sanità. E’ su quel terreno che gli si debbono le innovazioni più rilevanti, nell’arco dei non pochi anni a capo della Regione più ricca e dinamica d’Italia.

Con la sua riforma del 1997, Formigoni è riuscito a rendere possibile qualcosa che sino ad allora in Italia era un’ipotesi di scuola. Una concorrenza aperta fra strutture private e strutture pubbliche, nella sanità. Il privato lombardo non è, come avviene in altre parti d’Italia, una realtà che occupa uno spazio residuale rispetto al pubblico, che si accontenta del trattamento delle cronicità, che fa case di riposo e prestazioni ambulatoriali. Al contrario, i privati in Lombardia hanno ospedali, che trattano patologie complicate e si occupano di trattamenti d’urgenza, tant’è che emergono nella sanità italiana come centri d’eccellenza.

Ciononostante, la Lombardia non è la prima in cima alla lista delle Regioni italiane, in alcuni studi comparati delle scorse settimane che si esercitano nell’affascinante ma sterile tentativo di delineare il profilo della Regione ideale, rispetto alla spesa sanitaria. Non lo è un po’ perché sono presi in esame profili del tutto marginali se confrontati col corpaccione della spesa per la salute. Non verrà mai detto abbastanza chiaro: la spesa farmaceutica è iper-controllata dallo Stato, ed è l’unica voce fra le uscite ad essere severamente bloccata. Fin troppo, perché il farmaco può essere talvolta un’alternativa più efficiente ed economica alla ospedalizzazione. E quindi gestirlo con “tetti” arbitrari in realtà fa saltare potenziali risparmi. Eppure, quando si parla di sanità impazzita, sulle labbra dei più riaffiora la parola: medicine, come fossimo ancora ai tempi di Poggiolini.

Ma torniamo alla Lombardia. La Lombardia non è in testa a questi “rankings” un po’ per i fattori considerati, e un po’ perché nessuno quando parla di sanità tiene nella dovuta considerazione la libertà di scelta del paziente. Che invece è un valore, forse il primo quando si toccano queste questioni. Non è forse un caso se il “modello lombardo” batte tutti gli altri su un fronte: quello delle migrazioni, dei pazienti che scelgono di venire in Lombardia da altre regioni per farsi curare.

Le liste d’attesa, che Formigoni oggi mette nel mirino, sono una delle caratteristiche più tipiche dei sistemi sanitari nazionali. Non a caso in Usa sono agitate dai Repubblicani, come spauracchio contro i tentativi di riforma di Obama. Le liste d’attesa, ovvero le “code” per poter usufruire di una prestazione, sono l’effetto canonico di un sistema statizzato. Lo sono perché esse vedono sommarsi l’illusione che la sanità sia “gratuita” (e non pagata, per quanto indirettamente con le tasse, fino all’ultimo centesimo), al razionamento nella fornitura dei servizi alla salute. Le due cose, una domanda in eccesso e una offerta severamente limitata, vanno in realtà a braccetto. E siccome il “modello lombardo” dipende ancora in larghissima parte dal pubblico, nonostante l’efficienza apportata sia in senso statico (“essendoci”) sia in senso dinamico (ponendo pressione sugli altri operatori) dal privato, non è per nulla assurdo che il problema si ripresenti anche nella Regione relativamente più “liberale” del Paese, quanto a servizi alla persona.

Che fare? Ogni ipotesi di riforma virtuosa all’interno del recinto del pubblico va considerata con sospetto. E’ vero che il privato in competizione con lo statale migliora anche quest’ultimo, in un contesto nel quale i pagamenti sono legati alla prestazione. Ma la concorrenza resta insufficiente – perché l’ufficiale pagatore è sempre uno, cioè il governo. Il privato si arricchisce dimostrando di essere più efficiente, riducendo gli sprechi, offrendo cure di qualità superiore, servizi migliori, e attirando pazienti. Ma non ha “prezzi” bensì “tariffe” definite da un regolatore che è perversamente anche acquirente. Nel contempo, il pubblico ha sì finalmente la possibilità di parametrarsi su un competitore, ma difficilmente prova a ridurre gli sprechi fino in fondo. Perché lo spreco non è una perdita di valore, bensì la stessa ragion d’essere dello Stato. Lo Stato non mantiene una sanità pletorica per offrire cure ai pazienti. Offre cure ai pazienti per mantenere una sanità pletorica. Al politico, di norma, interessa il bacino di voti offerto da medici e infermieri, per non dire delle loro famiglie, e delle centinaia di persone con cui vengono in contatto. Si tratta di una importante base di consenso, che ciascuno è attento ad assicurarsi. La mistica del “diritto alla salute” costituzionalmente tutelato serve solo a legittimare logiche di potere. I riformisti fanno eccezione.

E’ evidente che Formigoni non può “privatizzare” d’imperio la sanità, ma può continuare sulla strada di rendere vieppiù trasparente il rapporto fra costi e benefici per il contribuente-paziente-consumatore. Gli ospedali pubblici dovrebbero essere più accountable: responsabili innanzi al cittadino. Oggi non lo sono, e anche in un regime caratterizzato da molta più concorrenza di quanta ve ne sia altrove permangono spreco e liste d’attesa. Che non potranno scomparire, finché persisteranno le vecchie logiche di una sanità “regalata” a parole, e per questo costosissima nei fatti.

Da Il Riformista, 15 novembre 2009
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