Ecco i dubbi dei liberisti sui costi e sulla concorrenza dello Stato
Il volume di Arnold Kling illustra i difetti connaturati a qualsiasi sistema sanitario e spiega perché l'intervento dello Stato non ne sia la soluzione
Per Michael F. Cannon, esperto di sanità dell’ultraliberista Cato Institute, la riforma di Barack Obama è “una frode da 1500 miliardi di dollari”. Bisogna partire da qui per capire la reazione agguerrita degli intellettuali di area conservatrice, ma non solo, al piano dell’amministrazione. I cambiamenti del sistema sanitario, infatti, comportano un costo enorme, per le finanze pubbliche americane. Ma anche in termini “comportamentali”: per Cannon, “il cuore della legge è il ‘mandato individuale’… cioè l’obbligo legale per tutti i cittadini americani di comprare un’assicurazione sanitaria, altrimenti saranno multati e/o imprigionati”. La questione è sottile, specie per chi la guardi con occhi europei deformati dai nostri sistemi sanitari onnicomprensivi.

Il problema, come spiega l’economista Arnold Kling nel suo La sanità in bancarotta (IBL Libri, pp.160, 19 euro) è la tensione tra l’efficienza e l’equità distributiva: se alla prima “si può rispondere in modo oggettivo”, l’altra è “più soggettiva, poiché non vi è una definizione condivisa di quella che si può chiamare equità sanitaria”. Tanto nei sistemi continentali (attraverso la spesa pubblica) quanto nell’Obamacare (attraverso il combinato tra obbligo assicurativo e “public option”), i costi vengono sostenuti largamente da soggetti diversi dal paziente: questo “riduce gli incentivi all’efficienza” perché “quando paga qualcun altro, il paziente non ha bisogno di prestare attenzione al costo della cura medica”.

Oltre a questo ci sono dei principi che devono essere rispettati. Tali principi sono l’accesso illimitato, l’esenzione dal pagamento delle cure, e la sostenibilità economica. “Risulta immediatamente chiaro – riflette Kling – come questi tre principi non siano mutualmente compatibili. Se i consumatori dovessero avere accesso illimitato alle cure, ma fossero esentati dal sopportarne i costi, allora la domanda del consumatore sarebbe limitata solo dai costi non monetari... Quindi, il sistema non sarebbe economicamente sostenibile”. Questo è sostanzialmente il caso europeo. Il caso americano pre-riforma non soddisfa, secondo Kling, nessuno dei tre criteri: non tutti ne sono coperti, almeno in parte quelli che lo sono devono sostenerne i costi, e questi schizzano alle stelle, avendo raggiunto il 15 per cento del Pil, la metà circa del quale spesa privata. Tuttavia, prosegue l’economista, “non esiste, nel mondo reale, un sistema sanitario che possa soddisfare appieno tutti e tre i principi… Noi abbiamo oggi un sistema imperfetto, e qualsiasi alternativa sarà imperfetta”. L’Obamacare ricade perfettamente in questa classificazione, nel senso che rinuncia alla sostenibilità economica, specie laddove si consideri l’impatto della “pubic option”, ossia l’intervento diretto del governo allo scopo di mantenere bassi i prezzi delle assicurazioni (con prevedibili conseguenze negative sul fronte della qualità e della spesa pubblica). “Sacrificare ulteriormente la sostenibilità finanziaria – ragiona Kling – potrebbe peggiorare i nostri problemi attuali. Il sistema americano di assicurazioni sanitarie private pagate dai datori di lavoro sta già collassando. Il costo dei salari, per le imprese, sta crescendo più rapidamente dell’inflazione. In larga parte questo fenomeno è dovuto all’aumento dei costi sanitari, mentre il salario netto dei lavoratori rimane invariato”.

Se si accetta la logica pragmatica di Kling, seguono due conseguenze. La prima è che nessuna riforma dovrebbe essere veicolata con un messaggio salvifico. La seconda è che un nuovo equilibrio può essere trovato, ma solo agendo su tutte le leve. Come ha scritto Giampaolo Galli, direttore generale di Confindustria e autore della prefazione a Kling, “Il concetto di ‘diritto alla salute’, che pure gode di elevate tutele negli ordinamenti di quasi tutti i paesi, dal punto di vista economico, è privo di concreto significato”. Purtroppo, questo passaggio non è chiaro “per i medici e, ciò che più conta, non lo è per la popolazione e per i pazienti. E nemmeno per i politici”. Lo stesso Kling si impegna a suggerire soluzioni ragionevoli. Per Galli, quella “più innovativa e provocatoria consiste nella responsabilizzazione degli individui attraverso polizze assicurative pluriennali con franchigie estremamente elevate”. Più pragmaticamente, il direttore generale di Confindustria suggerisce il modello olandese: “un’assicurazione obbligatoria in capo a tutti i residenti (non ai datori di lavoro) con più di 18 anni. Lo Stato definisce il livello essenziale delle prestazioni... Le compagnie competono fra loro in base al prezzo e alla qualità dei servizi che offrono”. Insomma: temperare gli svantaggi evidenziati da Kling con la concorrenza.

Da Il Foglio, 10 novembre 2009
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