Prima picconata sull’imposta rapina
L'Irap è un pedaggio che gli imprenditori devono pagare allo Stato per fare affari in Italia. Quando lo fa la mafia, si chiama pizzo.
C’è un motivo, se la chiamano imposta rapina. Tra tutti i balzelli che gravano sulle imprese italiane, l’Irap è dei più ingiusti. L’emendamento di Pdl e Lega che inizia a erodere questa tassa odiosa è, dunque, un primo passo importante, a cui ne devono seguire altri. Fino all’eliminazione del tributo.

L’anomalia dell’Irap sta sia nel suo presupposto, sia nel suo utilizzo. Gravando sul costo del lavoro e gli interessi passivi a carico delle imprese, è di fatto un’imposta sui costi di produzione, che prescinde totalmente dall’andamento dei mercati. Il paradosso è che un’impresa in difficoltà può essere uccisa dall’Irap, e una col bilancio così così scivolare verso il rosso. Per salvarsi, dovrebbero licenziare, cioè rovinare la vita dei dipendenti e perdere gli investimenti in capitale umano. E’ un pedaggio che gli imprenditori devono pagare allo Stato per fare affari in Italia. Quando lo fa la mafia, si chiama pizzo.

Inoltre, è assurdo aver centrato sull’Irap i sistemi sanitari regionali. Nonostante il suo nome significhi “imposta regionale sulle attività produttive”, è un’imposta nazionale il cui gettito va alle regioni. Se queste si comportano in modo dissennato, il prezzo finiscono per pagarlo cittadini e imprese: i responsabili, politici e burocrati, se ne fregano. Anzi: nel passato i buchi sono stati tappati attraverso addizionali Irap. Proprio nell’ottica del federalismo fiscale cara al ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, avrebbe più senso “destrutturare” l’Irap. Nel “Manuale delle riforme” dell’Istituto Bruno Leoni, per esempio, Piercamillo Falasca propone di mettere in mano alle regioni leve meno distorsive, e capaci di creare una competizione virtuosa tra di loro, come addizionali Irpef o Ires. A quel punto gli amministratori sarebbero responsabilizzati: viva quelli bravi, abbasso quelli cattivi, senza spillare soldi a chi lavora. L’unica vera ragione di cautela riguarda la copertura. L’hanno scritto, nei giorni scorsi, Roberto Perotti e Guido Tabellini: l’Italia non può permettersi di aumentare il deficit. In parte, il taglio delle imposte si potrebbe ripagare da sé: una riduzione del carico fiscale stimola l’economia. Un paese più ricco, paga più tasse, anche con aliquote inferiori. Ciò è specialmente vero in un contesto rigido come quello europeo e italiano: lo hanno dimostrato Mathias Trabandt e Harald Uhlig della Humboldt Universität di Berlino.

Per il resto, tonnellate di evidenza dicono che la spesa pubblica italiana è schifosamente inefficiente. Se mancano le risorse, quello è il pozzo da cui estrarle: pane per i denti del ministro Renato Brunetta, che forse Tremonti dovrebbe ascoltare di più. Dalla pubblica amministrazione all’innalzamento dell’età pensionabile, c’è solo l’imbarazzo della scelta. Nulla di ciò è politicamente facile, ma tutto è necessario, prima o poi, checché se ne dica. La favola secondo cui l’Italia è il migliore dei mondi possibili non convince chi conosce l’Italia e conosce gli altri mondi, come spesso accade agli imprenditori che devono confrontarsi con una concorrenza internazionale più agguerrita anche perché si appoggia a un sistema-paese più vivibile. Raccontarla, non rende onore a chi la recita.

L’Irap fa male alle imprese e fa male all’Italia. Il confine tra prudenza e paura è sottile: un conto è proteggere le finanze pubbliche, altra cosa è farne un pretesto per sottrarsi alla missione di civilizzare il paese.

Da Libero, 30 ottobre 2009
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