La cantonata di Sarkozy: il vero responsabile della crisi è il Pil
Si vuole sventolare la bandiera di un indicatore più buono e meno capitalista, meno intriso nel denaro: che includa tutto, dall’ambiente alla felicità
Se i soldi non sono tutto, contarli in modo diverso ci renderà più felici? Pare esserne convinto Nicolas Sarkozy, che ha deciso ghigliottinare il prodotto interno lordo, o Pil. Una commissione di economisti di alto lignaggio – coordinata dal Premio Nobel Joe Stiglitz, assistita dal conforto spirituale di un altro premio Nobel, Amartya Sen, e messa in riga dal capo dell’Institut d’Etudes Politiques, Jean-Paul Fitoussi – ha lavorato sodo per un anno e infine emesso il verdetto. Il Pil non basta a dire se un paese è in forma, hanno sentenziato, bisogna considerare ben altro. Subito, la dichiarazione di guerra di Sarko: il mondo è vittima della “religione delle cifre”, ma “dietro queste strutture statistiche e contabili c’è anche il culto del mercato”. Lo ha spiegato pure Stiglitz qualche giorno fa sul Financial Times: “quello che misuriamo influenza quello che facciamo. Se misuriamo le cose sbagliate, faremo le cose sbagliate”.

Da qui l’esigenza di lasciarsi alle spalle il ciarpame statistico senza pudore, per sventolare la bandiera di un indicatore più buono e meno capitalista, meno intriso nel denaro: che includa tutto, dalle ferie al sistema sanitario nazionale, dall’ambiente alla felicità. Il tentativo di affinare gli strumenti di misura delle variabili macroeconomiche non è né nuovo né infruttuoso. Stefan Bergheim, un analista della Deutsche Bank, ha pubblicato un paper in cui si sforza di integrare il Pil con cose quali il tasso di disoccupazione, il livello di istruzione, la libertà economica e la corruzione. Ha così diviso i paesi Ocse in tre categorie: la variante felice del capitalismo (come negli Usa), quella meno felice (come in Francia) e quella triste (come in Italia). Per quanto scientificamente serio, tutto ciò non poteva andar bene ai francesi – pur sempre alle spalle degli odiati anglosassoni, e di molto. Ecco allora che la commissione Stiglitz arriva e avanza proposte grazie alle quali – sorpresa sorpresa – Parigi sale, Washington scende (però resta davanti). “Che questo possa essere corretto e che sia ciò che Sarkozy sperava – ha scritto il Ft in un puntuto editoriale – dovrebbe far suonare un campanello d’allarme”. Ma ridurre tutto alla competizione muscolare fra francesi e americani sarebbe un modo un po’ fru-fru di buttarla in politica.

Dietro la lotta al Pil c’è molto di più. E’ naturalmente vero che il Pil non è un indicatore perfetto: tra l’altro, non rileva quelle prestazioni che non vengono monetizzate, come i servizi domestici che i famigliari si prestano a vicenda; non dà conto delle differenze nella distribuzione della ricchezza, né dei capitali accumulati. Nulla di nuovo: sono limiti antichi e consapevolezze sempre presenti. Solo che il Pil non pretende di dire tutto: dice solo una cosa, cioè la stima di quanta ricchezza è stata generata in un paese, e lo fa dignitosamente bene. Consentire tale processo non è l’unico obiettivo della politica economica, ma senz’altro è uno degli obiettivi primari: confondere le acque non aiuta. Del resto, la crisi economica globale ci ricorda che, per quante ingiusto sia uno sviluppo ineguale, la recessione livella tutto verso il basso. Chiamarla decrescita, come fanno quelli che vogliono indorare la pillola, non la rende più felice. Né diventa più digeribile se viene colorata di verde. Per esempio, il Wwf misura la sostenibilità ambientale, e anno dopo anno conferma che, secondo i suoi criteri, in cima alla classifica c’è Cuba. Alzi la mano chi vorrebbe recepire una simile metodologia nelle scelte pubbliche.

Ugualmente preoccupante è un altro portato delle critiche al Pil: nella sua forma benevola, i soldi non fanno la felicità. Vero: ma non ne segue che dovremmo stappare champagne se lo stipendio cala; né che il governo sappia qual è il reddito giusto per noi, e in base a ciò possa imporcelo. In fondo, c’è sempre quella rogna della preferenza dimostrata: con le loro scelte, prendendo questo e rinunciando a quello, gli individui forniscono la loro personale interpretazione di cosa sia la felicità. Se uno decide di lavorare di più per guadagnare di più (che era lo slogan elettorale di Sarkozy) e in questo modo sacrifica il tempo libero, non possiamo far altro che dedurne che questa è la vita che gli piace vivere. Sarebbe perlomeno bizzarro che arrivasse un estraneo, sia pure un luminare come Stiglitz o un potente come Sarkozy, a spiegargli che un comportamento diverso sarebbe meglio per lui. Con rispetto parlando, lo dicesse a sua sorella.

Da Libero, 16 settembre 2009
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