La via liberale per il Sud
Lo Stato dovrebbe offrire al Sud, come ha suggerito da tempo l’istituto Bruno Leoni, solo l’opportunità di trasformarsi in una grande no tax area
I governi democratici, tutti, vivono alla giornata. Le loro scelte sono condizionate da esigenze contingenti, sono guidate da considerazioni di breve termine. Ma il «vivere al­la giornata» del governo Berlusconi nelle sue scelte in materia di Sud, di Mezzogiorno d’Italia, potrebbe contribuire a esasperare divisioni e conflitti fra le aree territoriali del Paese. Stretto fra le pressioni dell’esoso alleato leghista, con i suoi giochi al rialzo, e le contropressioni del notabilato meridionale, il governo sbanda, cerca di accon­tentare tutti. E’ il contrario di ciò che servirebbe. E’ stato un grave errore, ad esempio, «mollare soldi » al Sud senza pretendere una contestuale revisione dei meccanismi locali di distribuzione delle risorse pubbliche che producono sprechi e clientelismi. Lo si è fatto per paura di un possibile «Partito del Sud». Ma il Partito del Sud è un bluff. Il potere di ricatto è in mano a chi possiede le risorse, non a chi le chiede. I notabili meridionali non sono stupidi. Sanno che il Partito del Sud esaspererebbe l’ostilità del Nord. Il Mezzogiorno e, alla fine, anche loro personalmente ci rimetterebbero.

Non è compito della Lega di Bossi avere una «visione nazionale». La sua ragione sociale lo vieta. Ma è compito del premier e dei suoi collaboratori fare in modo che il rivendicazionismo nordista e quello sudista trovino una sintesi che li superi. E una sintesi, dato lo stato della questione meridionale, richiede la fantasia e il coraggio neces­sari per cambiare le regole del gioco. Per ora, ciò che si vede è solo un pasticcio, intellettuale e pratico. Da un lato, la «terra promessa» del federalismo fiscale che dovrebbe imporre (ma perché poi?) comportamenti virtuosi anche alle amministrazioni più sprecone e inefficienti. Dall’altro lato, data la situazione del Mezzogiorno, la solita riproposizione degli interventi statali straordinari (la nuova Cassa del Mezzogiorno, la Banca del Sud, eccetera). Insomma: il «federalismo con i prefetti », il federalismo e il centralismo statale mescolati insieme. Qualcuno si aspetta davvero che una cosa simile possa funzionare? Si noti che se non funzionasse, l’insofferenza del Nord crescerebbe ancora e, con essa, la domanda nordista (ancora sotto traccia ma non si sa per quanto) di divorzio dal Sud.

Chi scrive è in linea di principio favorevole al federalismo fiscale (ma se congegnato in modo da imporre comportamenti responsabili agli amministratori) ma si è anche convinto che esso sia, al momento, una ricetta sbagliata per il Sud. Come lo sono state l’autonomia regionale siciliana e quella sarda: l’autonomia, infatti, è davvero tale se produci da te le risorse finanziarie per nutrirla. Altrimenti, è uno strumento in più per favorire usi irresponsabili del denaro che affluisce dal centro.
È un errore concettuale, prima ancora che pratico, assumere che ad aree diversissime del Paese debba essere imposta la stessa camicia istituzionale: il centralismo ieri, il federalismo domani. Invece, occorre approntare camicie istituzionali differenti a seconda delle caratteristiche delle diverse aree. Ciò che è utile per il Nord non lo è, al momento, per il Sud. Occorrerebbe costruire un buon federalismo fiscale per il Nord e, contestualmente, ripensare le soluzioni istituzionali per il Sud.

La questione meridionale è sempre stata affrontata mescolando paternalismo (tocca alla comunità nazionale il compito di promuovere lo sviluppo del Mezzogiorno) e li­beralismo (la concessione di varie forme di autonomia perché i meridionali si facessero carico del loro destino). Questo mix non ha funzionato. È tempo di scegliere, con decisione e rigore, fra la via liberale e la via paternalista.

La via liberale, quella che chi scrive preferirebbe (e che, nel lungo periodo, credo, sarebbe la carta vincente per il Sud) è quella che dice: solo i meridionali, e nessun altro, possono risolvere i loro problemi. Lo Stato, quindi, offre al Sud, come ha suggerito da tempo l’istituto Bruno Leoni, solo l’opportunità di trasformarsi in una grande no tax
area interrompendo contestualmente i flussi di trasferimento di risorse. Lo Stato resterebbe al Sud solo con gli apparati della forza (per contrastare la criminalità) e i servizi pubblici essenziali. A quel punto, probabilmente, si scatenerebbe un conflitto feroce fra le forze modernizzatrici del Sud (che ci sono) e quel «clientelismo senza risorse», fino ad oggi dominante, di cui ha parlato recentemente il presidente della Confindustria siciliana Ivan Lo Bello. Essendo cambiate le condizioni del gioco, le forze modernizzatrici avrebbero, per la prima volta, la possibilità di prevalere.

Solo quando, dopo qualche tempo, si fosse messo in moto un processo di sviluppo auto-sostenuto (con il miglioramento del capitale umano, con una maggiore efficienza delle amministrazioni pubbliche, con una raggiunta capacità di attirare capitali) le varie regioni del Sud passerebbero progressivamente, anche del punto di vista fiscale e istituzionale, nella fascia A, quella delle regioni sviluppate.

Oppure, si può seguire la via paternalista, la quale assume che i meridionali non siano capaci di cambiare le condizioni del Sud. Ma se la si sceglie, bisogna seguirla fino in fondo, coerentemente. In questo caso, è il centro che deve decidere tutto e a tutto sovrintendere. Anche con soluzioni istituzionali drastiche: fine di ogni autonomia regionale (Sanità in testa) e locale, azzeramento delle classi dirigenti colpevoli di sprechi, eccetera. Il problema è impedire che gli interventi modernizzatori del centro vengano distorti e le risorse centrali «catturate » da classi dirigenti locali interessate a sfamare clientele. Come accadde alla vecchia Cassa del Mezzogiorno e come accadrà di nuovo se si mescoleranno ancora centralismo e autonomia, paternalismo e liberalismo. Anche in questo caso, dovrebbe valere l’impegno secondo cui le regioni meridionali nelle quali si riuscisse a generare sviluppo, passerebbero progressivamente nella fascia A, approderebbero alla terra promessa del federalismo fiscale (ma senza più compensazioni e trasferimenti).

Se al Sud non si innescherà al più presto un circuito virtuoso di sviluppo auto-sostenuto giorno verrà che l’unità del Paese sarà a rischio. Le soluzioni pasticciate e improv­visate non aiutano.

Da Il Corriere della Sera, 17 agosto 2009
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