Economisti nei panni (scomodi) di un ministero per il Sud (ipotetico)
Secondo Carlo Stagnaro (IBL) bisogna sostituire i finanziamenti diretti dello stato a soggetti specifici con l’impostazione di un ambiente favorevole alla libera intrapresa
L’idea del “ministro del Sud” è balenata, come ha scritto il Foglio qualche giorno fa, nel corso di una riunione tra il premier Silvio Berlusconi e i vertici del Pdl. La proposta, rilanciata nel dibattito su un ipotetico “partito del sud”, fa ancora parte a pieno titolo del mondo delle idee non realizzate. Mentre resta in piedi, solida come mai, la cosiddetta “questione meridionale”, oggi associata per immediatezza polemica a temi come i fondi (regionali ed europei), il federalismo fiscale e la sanità. Sarebbero questi gli argomenti clou dell’agenda economica di un dicastero del Sud che si insediasse domani. “Di inversione di rotta si è sentito parlare anche troppo – dice al Foglio Carlo Stagnaro, dell’Istituto Bruno Leoni – piuttosto un ministro del Sud dovrebbe fare professione di umiltà e prendere atto che il divario tra nord e sud in termini di reddito pro-capite, qualità del sistema sanitario e dell’istruzione non è diminuito con le politiche attuate fino ad ora”. L’alternativa proposta da Stagnaro è quella della “disintossicazione del sud dagli aiuti”: “Si tratta di sostituire i finanziamenti diretti dello stato a soggetti specifici con l’impostazione di un ambiente favorevole alla libera intrapresa”. In termini concreti, secondo il think tank liberista, si potrebbe ad esempio abolire I’Irap e ridurre l’Ires per le imprese che operano nel Meridione. “In questo modo tutta l’area diverrebbe più attraente anche per soggetti esteri”.

Una pietra sul passato la metterebbe anche Gianfranco Polillo, consigliere economico di Fabrizio Cicchitto, capogruppo del Pdl alla Camera, che giudica “fallimentare” la “nuova politica economica” venuta subito dopo la fine dell’“intervento straordinario” nei primi anni 90. “In ossequio a criteri puramente quantitativi, si sono tirati fuori dal cassetto progetti collaterali, figli di interessi particolari, soltanto per tentare di dimostrare che si stava utilizzando la quantità maggiore possibile di denaro”. Ma oltre al “quanto” si dovrebbe d’ora in poi tenere presente il “come”. Secondo Polillo il problema non è al momento il reperimento dei fondi – visto che “quelli comunitari non sono ancora stati toccati e poi ci sono circa 60 miliardi di euro da gestire per opere in co-finanziamento Ue-Italia” – ma quello di attuare “politiche keynesiane all’interno di un progetto industriale” e di una “coerenza sistemica”. Quest’ultima vedrebbe il Meridione essenzialmente come “piattaforma logistica naturale” del nostro paese verso il bacino Mediterraneo e i Balcani: “Un po’ come fu il nord-est verso l’Europa orientale post 1989, soltanto che allora non ci fu bisogno dell’intervento dell’autorità centrale”.

Sul fatto che un eventuale ministro del Sud debba seguire una “strategia selettiva degli investimenti” concorda anche Riccardo Realfonzo, professore ordinario di Economia politica all’Università del Sannio e assessore al bilancio del comune di Napoli, che però, pur riconoscendo l’importanza delle reti infrastrutturali, si oppone all’idea di “trasformare il sud in un grande crocevia logistico. Perché in questo modo il valore aggiunto che produrremmo sarebbe ai minimi termini”. L’obiettivo dovrebbe essere piuttosto quello di creare un “modello autopropulsivo”, attraverso il rafforzamento innanzitutto dell’apparato produttivo. “L’intervento pubblico può essere il volano di questa operazione”, spiega Realfonzo, che sottolinea come in queste ore, sulla rivista telematica da lui diretta (economiaepolitica. it), si parli di “una nuova Gepi per risanare l’industria”. Non una “seconda Gepi”, visto che con alcuni accorgimenti si può evitare che una struttura di salvataggio e di riorganizzazione di aziende risanabili torni a essere associata automaticamente a sperpero di denaro pubblico e assistenzialismo. Risorse aggiuntive andrebbero reperite “attraverso un fisco maggiormente progressivo e un intervento sulle rendite finanziarie”. A proposito del sistema tributario, l’economista ritiene il federalismo fiscale “una mannaia che rischia di abbattersi sul sud”, incrinando così la “solidarietà nazionale”. E i continui trasferimenti fiscali dal nord verso il sud? “Non ci sono solo questi flussi, ma anche quelli inversi di capitale umano che arricchiscono il nord”.

Di avviso diverso è Marcello Crivellini, professore di Analisi e organizzazione dei sistemi sanitari al Politecnico di Milano e consigliere dell’Associazione Luca Coscioni: “Il federalismo fiscale, opportunamente implementato, può essere l’occasione per un’operazione verità sui sistemi sanitari – spiega al Foglio – perché è giusto parlare di due sistemi sanitari in Italia, quello delle regioni di centro-nord e quello del sud. Quest’ultimo con standard di servizio da terzo mondo”. Lo dimostra una vera e propria migrazione di pazienti: “Nel 2005 l’indice di fuga raggiunge il 14,7 per cento in Calabria, contro il 3,9 della Lombardia”. Possibile invertire la rotta?

“Chiunque diventasse ministro del Sud dovrebbe innanzitutto andare a dormire in una caserma dei carabinieri e da lì impegnarsi pubblicamente a non spendere nemmeno un euro in più per la sanità”. Quest’ultima già oggi “costituisce il 70 per cento dei bilanci regionali” e, secondo il professore, “i suoi interessi non coincidono con quelli della salute dei cittadini”. “La vera proposta riformatrice – conclude – è l’introduzione di un sistema valutazione-informazione-scelta a tutti i livelli del sistema sanitario”.

Da Il Foglio, 29 luglio 2009
Privacy Policy
x