La riforma di Obama piace in Europa, non in Usa
Chi nega che la politica sanitaria di Obama sia sostanzialmente una politica socialista attesta quanto il socialismo abbia impregnato la cultura politica dei Paesi europei
Data la popolarità riscossa dal presidente degli Stati Uniti fra politici e giornalisti nostrani, perfino nel centro-destra, era scontato che la proposta di riforma sanitaria avviata da Barack Obama ricevesse generali osanna e che la brusca frenata impostagli dal Senato sollevasse disillusioni e critiche. Si sono diffusi pianti corali sui milioni di americani pretesamente languenti senza assistenza, recriminazioni contro i supposti gruppi di pressione di medici e assicurazioni, irrisioni a quegli americani (la maggioranza, stando ai sondaggi) che ritiene “socialista” la riorganizzazione voluta da Obama.
Eppure, il fallimentare stato della sanità italica (certificato dai commissariamenti decisi dal governo, invero di dubbia efficacia) andrebbe motivato con l’istituzione del servizio sanitario nazionale, sorto durante quel compromesso storico che introdusse riforme (norme sui suoli, equo canone ecc.) destinate a incidere, in maniera tanto illiberale quanto costosa, su decenni di vita nazionale. La sanità pubblica, come impostata in Italia e come la vorrebbe Obama, segna costanti incrementi di spesa coperti dal prelievo fiscale, con l’aggravante del malcostume determinato dalla gestione pubblica degli ospedali.
 
Trattandosi di un sistema statalistico, che impone di pagare imposte per un servizio sanitario universale (senza lasciare la scelta di ricorrere ad assicurazioni private), è frutto del socialismo. E socialista è la riforma di Obama, che milioni di americani avversano proprio perché tale: per motivi di principio, essi si oppongono a intromissioni dirigistiche, frutto del socialismo di Stato.

Chi irride questa ostinata visione della libertà dell’individuo e nega essere socialista la politica sanitaria di Obama (che fa il paio con le soluzioni adottate nella finanza, destinate ad essere pagate dai contribuenti per lustri in termini di tasse e inflazione) attesta come il socialismo abbia così impregnato i Paesi europei da levarcene la consapevolezza. Il mondo occidentale è tutto socialdemocratico, anche quando riforme come quella sanitaria siano state pensate da sedicenti liberali. Tale è il caso di lord William Beveridge, ideatore dell’infausto piano che reca il suo nome, adottato dai laburisti inglesi negli anni quaranta e trasmigrato un po’ ovunque, fin da noi (sarebbe il caso di espungere dalla storia del liberalismo personaggi come lui o come un Piero Gobetti: stanno meglio in caselle socialiste o comuniste). Quando la mano pubblica s’intromette in un settore ampio, articolato, centrale come quello della salute, reca con sé alcune conseguenze sperimentate da noi e che gli americani vogliono evitare: costi crescenti, servizi inefficienti, politicizzazione.

Da Italia Oggi, 28 luglio 2009
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