Grazie a Dio, sono italiano
Sono italiano e liberale e per entrambe le ragioni sono insoddisfatto delle politiche di questo governo
L’onorevole Giuseppe Mariniello mi chiama garbatamente in causa dalle colonne del nostro giornale con questa affermazione: “meraviglia che la compagine tenti di usare il prestigio dell’On. Martino che per altro ricordo quale fautore dello Stato leggero e dell’efficiente gestione delle risorse pubbliche.” Gli sono grato per il prestigio che mi attribuisce e per il corretto ricordo della mia posizione politica, ma vorrei senza alcun intento polemico suggerirgli alcune riflessioni.

Il centro-destra ha vinto le elezioni del 1994, del 2001 e del 2008 sempre con lo stesso programma politico evidentemente gradito dalla maggioranza degli elettori di tutt’Italia: l’esistente che abbiamo ereditato da mezzo secolo di politiche stataliste del consociativismo catto-comunista va cambiato non gestito; l’Italia ha bisogno di riforme, non di manovre. La direzione del cambiamento offerta da FI prima e dal Pdl poi è sempre stata una: ridurre l’invadenza del pubblico, l’occupazione della nostra vita ad opera della politica, ed ampliare gli spazi di libertà personale. Essendo stato uno dei fondatori di FI ed avendo con convinzione e lealtà sostenuto il mio partito dalla sua nascita, posso testimoniare che le parole più usate da Silvio Berlusconi sono libertà e liberale. In occasione del primo congresso del Pdl egli ha rinnovato una sua vecchia promessa: realizzare una “rivoluzione liberale”.

I governi del 1994 e del 2001-06 non sono riusciti a realizzare le promesse riforme liberalizzatrici perché impediti dal ribaltone (il primo) e dagli attriti fra gli alleati (quelli del 2001-06). Dal 2008 la maggioranza di centro-destra non ha più ostacoli di quel genere, eppure ad oltre un anno dal suo insediamento delle riforme promesse non si parla nemmeno. L’inadempienza danneggia tutta l’Italia: chiedete agli imprenditori del Nord, specie i piccoli, se la mancata riforma fiscale, specie in un momento di crisi, li mette in condizione di competere con successo e crescere. Ma le alte aliquote d’imposta non puniscono soltanto il Nord, penalizzano tutta l’Italia dalle Alpi alla Sicilia. Il Sud è ancora più penalizzato perché più povero: aliquote che arrecano gravi danni all’economia del Nord sono proibitive al Sud. Il sistema tributario che abbiamo ereditato non soltanto penalizza l’economia ma frutta anche molto poco all’erario: la combinazione di aliquote alte e di una pluralità di scappatoie, deduzioni e detrazioni, arricchisce i tributaristi e divide gli italiani in furbi elusori, erosori ed evasori che pagano assai meno del dovuto, e tartassati che non riescono a crescere per colpa della fiscalità dissennata. Credo che esista consenso unanime che i ricchi possano pagare più dei poveri ma, se è così, che senso ha gravare degli stessi oneri tributari regioni ricche e regioni povere?

Da sempre mi batto per uno Stato leggero, come ricorda Mariniello, ma allora perché la sacrosanta battaglia di Libero per l’abolizione delle province non è nemmeno stata presa in considerazione? Siamo certi che l’opposizione a questa indilazionabile misura di razionalizzazione del settore pubblico non venga da chi si oppone al potere politico quando fa capo allo Stato ma ne incentiva la crescita quando è in mano agli enti locali?

La sanità va riformata: costa troppo, rende in media poco ed è spesso segnata da gravi scandali e lo stesso vale per tutto il sistema assistenzialistico pubblico, dalle pensioni alla scuola, dal sistema di governo locale ai trasporti. Perché non dovremmo essere noi, che lo abbiamo promesso, a cambiarlo e perché non ora, quando la situazione politica lo consente? In parentesi che fine ha fatto la divisione delle carriere, da sempre cavallo di battaglia del nostro programma?

Sono siciliano ed orgoglioso di esserlo ma prima di tutto sono italiano e sono orgoglioso della nostra lingua, della nostra cultura, della nostra civiltà e sono consapevole che il benessere e le libertà di cui godiamo sono dovute ai sacrifici di generazioni di italiani che ci hanno preceduto. Non credo quindi ai localismi, ai partiti caratterizzati dall’ispirazione localistica e non importa se settentrionali, centrali o meridionali. Sono italiano e liberale e per entrambe le ragioni sono insoddisfatto delle politiche di questo governo che rischiano di spaccare l’Italia e continuano ad andare in senso opposto a quelle libertà di cui Silvio Berlusconi ha sempre fatto la nostra bandiera.
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