Flemma e misura
Non va bene credere implicitamente che l’esistente debba essere semplicemente gestito e semmai corretto con opportune manovre, quando dovrebbe essere evidente a tutti che esso va cambiato
Da molti anni non di rado mi trovo d’accordo con Alberto Quadrio Curzio e, in linea di massima, lo sono anche questa volta: l’attivismo in materia di bilancio in particolare e in politica economica in genere crea molti più problemi di quanti ne risolva. Meglio la flemma. Calvin Coolidge, a mio avviso uno dei più grandi presidenti degli Stati Uniti, lo aveva teorizzato brillantemente e messo in pratica con successo: “il governo che governa meglio è quello che governa meno”. Siamo portati a sopravalutare la capacità della politica di fare del bene ed a sottovalutarne le potenzialità di creare disastri. Ronald Reagan, che ammirava molto Coolidge, soleva dire: “il governo non è la soluzione, è il problema”.

Ben venga la flemma, dunque, e persino l’inattività razionale quando servono ad impedire di fare danni. Tuttavia, vale in questo come in moltissimi altri casi l’insegnamento di Paracelso: “tutto è veleno, niente è veleno, è solo la dose che fa il veleno”. Anche la flemma cessa di essere una virtù e diventa un vizio quando supera certe dimensioni e si estende a campi in cui l’azione è necessaria ed urgente. Va bene evitare di spendere e spandere senza discernimento, come sta facendo l’amministrazione americana, va bene impedire l’accumularsi di deficit enormi e di montagne di debito, premessa quasi certa di aumenti di tasse e conseguente recessione, va bene impedire alla già imponente montagna di debito pubblico di crescere ulteriormente. Ma lo stesso non vale in altri casi.

Non va bene, non va affatto bene, credere implicitamente che l’esistente debba essere semplicemente gestito e semmai corretto con opportune manovre, quando dovrebbe essere evidente a tutti che esso va cambiato. I nostri problemi non scaturiscono dalla temporanea patologia di un sistema sano, ma sono la conseguenza prevedibile, ed ampiamente prevista, di un sistema sbagliato, insostenibile e che va riformato profondamente. Qui la flemma è inammissibile: troppe riforme essenziali attendono da troppi decenni di essere realizzate e continuare a rinviarle non è flemma, è irresponsabile omissione.

Non ha senso vagheggiare di federalismo fiscale quando il nostro apparato di governo è pletorico, costosissimo, farraginoso, incomprensibile. Non possiamo avere circoscrizioni, comuni, province, regioni, comunità montane, autorità indipendenti, parchi nazionali, Stato, Unione Europea: sono troppi livelli, bisogna eliminarne alcuni. Non possiamo avere troppi comuni, in maggioranza non autosufficienti, province e regioni (o le une o le altre, la coesistenza di entrambe non ha senso), comunità montane al livello del mare, autorità spesso inutili e così via. Tutti questi enti costano, comportano l’impiego di burocrati, moltiplicano la rappresentanza politica e rendono l’Italia ancor meno governabile. E’ pensabile controllare la spesa pubblica senza la razionalizzazione di questo assurdo? In rapporto al prodotto interno lordo marciamo verso il 52% come negli anni peggiori della Repubblica. Ha senso parlare di federalismo quando il sistema di governo locale è indifendibile? Non fare queste riforme non è flemma, è criminale inadempienza.

Ha senso rinviare ancora una volta l’indilazionabile riforma del sistema tributario? Abbiamo aliquote di imposta che penalizzano il lavoro, la produzione, il risparmio e l’investimento e fruttano assai poco all’erario; un sistema di scappatoie, detrazioni, deduzioni che arricchisce i tributaristi e consente a chi è ricco di eludere i propri obblighi fiscali. Puniamo non chi è già ricco, che riesce ad evitare, eludere ed evadere, ma quanti potrebbero diventarlo e ne vengono impediti dal livello punitivo delle aliquote. La promessa di un fisco meno oneroso e più equo ha fatto vincere tre elezioni al centro-destra; costituisce l’aspirazione della maggioranza degli italiani, al Nord al Centro e al Sud. L’inadempienza in questo campo non è flemma,è tradimento delle promesse fatte agli elettori.

Il nostro sistema di trasferimenti (il welfare) è scandaloso: costosissimo, inefficiente, iniquo ed in molti casi corrotto. Va profondamente riformato, non gestito. Si potrebbe continuare a lungo ma la conclusione è ovvia: la flemma va bene in certi campi, e può addirittura essere essenziale, ma rinunziare a cambiare ciò che deve esserlo non è flemma ma inadempienza. Ronald Reagan è stato flemmatico dove era necessario, ma ha dato vita alla più radicale riforma fiscale nella storia americana; della Thatcher si possono dire molte cose ma sarebbe difficile negare che abbia profondamente cambiato l’Inghilterra. Il governo ideale deve saper conservare ciò che merita, cambiare ciò che deve, e guardare al futuro non all’immediato. Le manovre, il piccolo cabotaggio sono adeguate ad un Paese in ordine, ma non servono a nulla in un Paese come il nostro dove l’intero apparato pubblico in tutti i settori versa in condizioni di inefficienza e di disordine.
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