Macché “isolazionismo”. Buon senso
Per cimentarsi con il Ron Paul-pensiero è indispensabile la lettura di La terza America, appena tradotto in Italia dall’editore Liberilibri di Macerata
Per cimentarsi con il Ron Paul-pensiero è indispensabile la lettura di La terza America, appena tradotto in Italia dall’editore Liberilibri di Macerata (e uscito negli Stati Uniti l’anno scorso, a campagna elettorale in corso). Titolo diverso dall’originale, The Revolution, ma efficace per inquadrare il personaggio, non incasellabile entro il recinto ideologico dei Republicans o dei Democrats.

La “terza via” di Paul è infatti quella libertaria, alternativa ai due grandi schieramenti che monopolizzano la vita politica statunitense. Le sue idee sono ancorate alla Costituzione federale, perno delle libertà americane e dei princìpi di governo limitato e di sovranità popolare dell’epoca del “Founding”. Perché da allora, per i libertarian, gli USA si sono incamminati sulla scivolosa china che li ha condotti ad attribuire sempre maggiori poteri al governo federale, indipendentemente da quale fosse il partito al potere. Secondo loro, la vera dicotomia non è infatti tra Democratici e Repubblicani, ma tra fautori del potere pubblico e difensori dei diritti individuali.

Per Paul, «la nostra Costituzione delega relativamente pochi compiti al governo federale, così dovrebbe essere una faccenda relativamente indifferente chi viene eletto», e invece l’evidenza dei nostri giorni dimostra l’opposto: una sua elezione a presidente degli Stati Uniti avrebbe condotto a ben altre politiche, rispetto a quelle che sta mettendo in pratica ora Barack Obama. Ma la storia ha preso un altro corso e “Mr. No” (come lo chiamano in virtù dei suoi tanti “no” votati al Congresso) ha dovuto cedere il passo a John McCain per contendere la poltrona presidenziale ad Obama. Perché, nonostante il suo pensiero trasversale, Paul poteva dare la scalata solamente al Partito Repubblicano, non certo a quello Democratico. Uno come lui, potrà anche assomigliare a Noam Chomsky quando parla della politica estera dell’amministrazione retta da George W. Bush jr., ma di certo non assomiglia ai liberal Paul Krugman o a Joseph Stieglitz quando tratta di economia.

Paul ha criticato tutto il Bush post Undici Settembre. Per lui, erede della “scuola” isolazionista detta della “Old Right”, la politica estera avrebbe dovuto seguire la linea dei Padri fondatori. Fu lo stesso Thomas Jefferson, nel discorso d’insediamento per il suo primo mandato alla Casa bianca, a invocare «pace, commercio e onesta amicizia con tutte le nazioni». Peraltro Paul non ama l’etichetta che gli è stata affibbiata, “isolazionista”, giacché si ritiene alfiere dell’esatto contrario: diplomazia, libero commercio e libertà di movimento, nello stile di Jefferson.

Sostiene infatti Paul che, in nome della lotta al terrorismo, le esigenze di sicurezza nazionale hanno ristretto le libertà civili, con conseguente riduzione della libertà di movimento e della privacy delle persone. E questo, non andava fatto.
Oltre alle libertà civili esistono del resto pure quelle economiche; anzi, a dire tutta la verità – afferma lucidamente Paul – esiste solo la libertà, la quale poi si declina concretamente in diverse fattispecie. Chi ha a cuore questo valore deve quindi tutelarlo in ogni settore dell’azione umana. Ecco dove un tipo come Paul sconfina in un campo che i liberal volentieri abbandonano. Come egli scrive ne La terza America, del resto, «la libertà economica si basa su una semplice regola morale: ognuno ha diritto alla sua vita e alla sua proprietà e nessuno ha il diritto di privare chicchessia di tali cose».

Oggi più che mai, però, la difesa di una società autenticamente di mercato è assai complicata ed elitaria. Molti hanno girato le spalle al capitalismo, accusandolo della peggiori malefatte. Ma, oltre a essere il sistema che garantisce il maggior benessere per le persone, quello capitalista è anche quello moralmente più giusto, giacché tutela le libertà personali, in tutti i loro aspetti, persino in quello di pagare “liberamente” le conseguenze dei propri errori. Una politica di denaro facile e una moneta creata “per decreto” dalle autorità, quindi slegata da qualsiasi bene concreto – questo il ragionamento che sta alla base delle posizioni di Paul –, configurano dunque altrettanti tentativi di eludere la dura realtà delle leggi del capitalismo. Ma prima o poi i nodi vengono al pettine.

Simpatico l’aneddoto che Paul offre nel volume. Venne il giorno in cui George McGovern (l’ex candidato Democratico alle presidenziali del 1972, secondo molti l’uomo “più a sinistra” che abbia mai corso per la Casa bianca) si ritirò a vita privata e divenne proprietario di un piccolo hotel nel Connecticut. «Due anni e mezzo dopo, l’albergo fu costretto a chiudere. Dopo l’esperienza fatta nel gestire i propri affari, l’ex senatore McGovern ebbe l’onestà di dubitare dei meriti di tutte le norme che, a dir la verità, egli stesso aveva contribuito a introdurre».
Il programma politico di Paul può allora essere racchiusa in poche parole: «ripensare quale debba essere il ruolo del governo». Perché, «se continuiamo a pensare al nostro governo come al poliziotto del mondo e come al Grande benefattore dalla culla alla bara, il nostro problema diverrà sempre peggiore». Semplice, cristallino e disatteso.

da Il Domenicale, 4 luglio 2009
Privacy Policy
x