In Europa si vive di più, si vive meglio ma c'è poca voglia di lavorare
Come affrontare il problema di una società che invecchia in buona salute ma che non intende continuare a lavorare
In un pregevole saggio di Nicholas Eberstandt e Hans Groth “L’Europa che invecchia, Come liberare il valore della salute” di prossima pubblicazione a cura dell’Istituto Bruno Leoni, gli autori mettono impietosamente a confronto gli andamenti demografici degli Usa con quelli dell’Europa occidentale (questa è la definizione di quella parte di Continente – si tratta di 18 Paesi – che non ha mai avuto a che fare con il comunismo). Ne scaturisce una forte denuncia del declino demografico delle nazioni di questa parte dell’Atlantico, dal momento che la struttura della popolazione americana ci sopravanza – attualmente e in prospettiva – per quanto riguarda il tasso di fertilità nonché le coorti più attive e disponibili all’innovazione. Il vecchio Continente ha un solo primato: nel numero degli anziani e dei grandi vecchi. Solo l’immigrazione riesce a contrastare il gerontocomio europeo. E, con buona pace della Lega Nord, in un ipotetico scenario di immigrazione=zero, tra oggi e il 2030 (e rispetto alle previsioni) la popolazione complessiva della Ue-15 si ridurrebbe di circa 27 milioni, quella in età lavorativa di 20 milioni, il tasso di ultrasessantacinquenni sulla popolazione compresa tra 20 e 64 anni salirebbe al 44%, la percentuale di anziani (“65) sul complesso al 26%.

Non vi è speranza, dunque? i trend demografici costituiscono il tapis roulant che muove verso il declino economico e sociale? Gli autori non sono così pessimisti. Anzi ritengono che l’Europa abbia un indiscutibile vantaggio: quello di invecchiare in buona salute (“la salute equivale a ricchezza”), con incrementi dell’attesa di vita che in alcuni Paesi più longevi sono pari a tre mesi ogni anno. E con performance che l’America e la Russia non si sognano neppure. Negli Usa, ad esempio, nel 2004 i c.d. boomers (nati tra il 1946 e il 1964) di età compresa tra i 50 e i 55 anni circa esibivano un grado di inabilità in una serie di attività fisiche quotidiane nettamente superiore al dato corrispondente per i loro pari d’età una decina di anni prima. In Europa negli ultimi anni la velocità di riduzione del tasso di mortalità tra gli ottantenni e i novantenni di entrambi i sessi tende ad aumentare. Sarà merito del clima, della alimentazione mediterranea, dei servizi pubblici di assistenza sanitaria: ma noi europei, soprattutto se italiani, siamo attesi da una vecchiaia arzilla che, lasciano intendere gli autori, ci consentirebbe di continuare a lavorare, colmando i “buchi” che la declinante demografia produce sul mercato del lavoro, dove i giovani sono sempre meno ad offrire la propria opera.

Che cosa è capitato invece? “Gli abitanti dell’Europa occidentale – affermano gli autori – hanno tradotto per intero l’aumento della propria attesa di vita in tempo libero… Per oltre 40 anni, mentre l’attesa di vita in Europa occidentale ha continuato ad aumentare, l’età di pensionamento si è ridotta con altrettanta inesorabilità”. La palla, dunque, ritorna in campo tra i piedi dei Governi ai quali si chiede di risolvere il problema di una società che invecchia in buona salute, ma dove questi giovani-anziani godono ancora di trattamenti pensionistici eccessivamente generosi quanto alle regole dell’età pensionabile. In Francia, ad esempio, tra i primi anni sessanta e il volger del secolo l’attesa di vita per gli uomini è aumentata di otto anni circa. Nel frattempo l’età media di pensionamento dei lavoratori maschi si è ridotta di sette anni.

Secondo i calcoli dell’Ocse tra il 1970 e il 2004 la lunghezza media prevista del pensionamento Oltralpe è aumentata di quasi dieci anni per le donne e di oltre dieci anni per gli uomini, il che equivale praticamente al raddoppio della vita da pensionati. In Germania i corrispondenti aumenti sono stati stimati pari ad una decina di anni per le donne e a otto anni per gli uomini, mentre per la Spagna tali valori sono rispettivamente undici e nove anni. In parecchi stati europei la previsione degli anni trascorsi in pensione supera i vent’anni per gli uomini e i venticinque per le donne. Tutti ovviamente in buona salute.

Il saggio non affronta il caso italiano, ma la situazione è analoga. Nei giorni scorsi, poi, è stato reso noto il consueto rapporto della Ragioneria dello Stato sull’andamento della spesa pensionistica e sanitaria. In materia di pensioni, c’è da aspettarsi un importante incremento (di almeno un punto) della spesa sul Pil, se non altro perché la spesa aumenta e il Pil diminuisce. Il Governo non lo vuole fare adesso, ma non potrà ignorare a lungo il tema della previdenza.

Da L’Occidentale, 14 aprile 2009
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