Too big to fail
Perché mai le banche non dovrebbero fallire?
Too big to fail. Troppo grandi per fallire. Riferito alle grandi banche, questo argomento giustificherebbe massicci aiuti statali per evitare disastrosi fallimenti e catastrofiche conseguenze sul sistema economico. Ma sarà davvero il caso? Non sarà invece l’ennesimo trucco retorico per permettere allo statalismo selvaggio un altro solido passo avanti, a detrimento della nostra libertà e della nostra proprietà privata?

Ammettiamo che il too big to fail (che chiameremo TBTF) tenga: qual è la dimensione soglia determinante l’aiuto? L’arbitrio risulta chiaro ribaltando i termini del problema: tenendo fisse le dimensioni aziendali, quanto più piccolo è uno Stato, tanto più giustificabile diventa il salvataggio. Se tuttavia lo Stato ha dimensioni troppo piccole rispetto all’azienda, scivoliamo paradossalmente nel too big to be saved (troppo grande per esser salvata). Essendo le estensioni spaziali degli Stati economicamente arbitrarie (perché per lo più determinate dalla storia) ed estremamente eterogenee, risulta chiara l’arbitrarietà del TBTF.

Perché mai le banche non dovrebbero fallire? Il fallimento è un’istituzione che tutela la proprietà dei creditori, i quali una volta sparito il capitale proprio aziendale sopportano in prima persona ulteriori perdite, come se fossero diventati azionisti. La liquidazione dell’impresa cerca di evitare che questo avvenga. Il TBTF chiede che le perdite vadano in parte a costo di terzi (i contribuenti) e la domanda è quindi quanto sia giustificabile questa spoliazione coatta di innocenti a vantaggio delle parti direttamente in causa. In realtà, secondo il TBTF, va benissimo che i risparmiatori (creditori della banca) perdano anche i loro interi investimenti. Si vuol invece evitare che si estendano a catena a tutta l’economia i danni secondari causati da un fallimento, per esempio che il traffico dei pagamenti si blocchi. Ma anche qui emergono le classiche contraddizioni dell’interventismo statale. Il TBTF afferma nel suddetto esempio che costi meno salvare la banca piuttosto che ricreare dal nulla un sistema di pagamenti. Se fosse il caso tuttavia, un imprenditore privato interessato ad offrire servizi di pagamento rileverebbe a proprie spese la banca fallimentare per risparmiare risorse rispetto al lancio in  proprio di un nuovo servizio di pagamento. Il TBTF non terrebbe. Se invece costasse meno far partire da zero un nuovo sistema di pagamenti, allora pure il TBTF non terrebbe. Si osservi per giunta che il traffico dei pagamenti non è un service publique (e non va come tale salvato con soldi pubblici), perché la storia ha dimostrato che può esser prodotto privatamente in regime di libero mercato. Idem per tutti i servizi finanziari, borse incluse.

Salvare con i soldi estorti ai contribuenti qualsiasi impresa fallimentare causa una lunga serie di problemi e va di principio evitato. Impedisce infatti l’entrata nel mercato di nuovi offerenti più disciplinati; sbeffeggia gli attuali concorrenti che hanno scelto politiche più caute; ma soprattutto lancia un disastroso segnale: che lo Stato sia sempre pronto a socializzare le perdite private. Per evitare che altre aziende sfruttino questa opportunità, seguono spesso maggiori regolamentazione e statalismo. Tuttavia, se hanno sbagliato perfino imprenditori, manager ed azionisti che dovevano sopportare personalmente le conseguenze dalle proprie azioni, perché mai dovrebbero esser più coscienti di loro burocrati e politici non addentro alle questioni, che pagano con i soldi altrui?

Agli statalisti più convinti piace oggi sottolineare che in alta congiuntura tutti son liberisti ed in recessione tutti invocano lo Stato. Il libero mercato ha quindi palesemente fallito e l’era liberista è finita. Questa retorica dimentica maliziosamente che chiunque, se può, desidera privatizzare gli utili e socializzare le perdite. Grave è quando ciò diventa realmente possibile. In un ordine basato sul ferreo principio della proprietà privata tuttavia, per forza di cose ognuno si brucia con le proprie mani, e non con quelle dei contribuenti. Il liberismo è rimedio, non causa. Il sistema politico ha invece sempre colto la palla al balzo per socializzare le perdite a costo dei contribuenti ed aumentare così la propria discrezionalità. Con la beffa per giunta di spacciarsi per gran salvatore. Alla luce delle giganti manovre finanziarie degli ultimi mesi, dovremmo piuttosto riflettere su quanto in tutto il mondo lo spettro di un’economia fascista (cioè di un capitalismo di Stato) sia già oggi sempre più una realtà.

Da Il Corriere del Ticino, 9 marzo 2009

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