Obama ignora la lezione di Reagan
Resta la domanda: perché riproporre una terapia che si è rilevata inefficace nel passato?
Più soldi nelle tasche degli americani e, soprattutto, più spesa pubblica per evitare che la recessione si trasformi in depressione. La dimensione del piano di stimolo approvato dal Presidente degli Stati Uniti nella scorsa settimana non ha precedenti: 800 miliardi di dollari cui vanno aggiunti gli interessi sul debito creato, per un impegno totale di risorse superiore ai mille miliardi. Poco meno di quindicimila dollari per una famiglia media americana di quattro persone. Funzionerà? Secondo Obama questa era l’unica strada percorribile. Le esperienze del passato non sembrano però lasciare molto spazio all’ottimismo.

Nel periodo compreso tra la nascita degli Stati Uniti ed il 1929, centocinquanta anni caratterizzati da un elevato tasso di crescita, si ebbero ripetuti episodi di contrazione dell’economia. Una depressione colpì gli USA nel 1893 ed una grave recessione si registrò nel biennio 1920-21. I periodi di calo della ricchezza prodotta furono di durata limitata ed al termine di ognuno di essi l’economia tornò a crescere in assenza di qualsiasi azione da parte del Governo. Il primo intervento in grande stile dello Stato per aggiustare il ciclo economico si ebbe con le presidenze di H. Hoover e di F. D. Roosevelt; lungi dal conseguire il risultato auspicato, gli stimoli pubblici portarono alla grande depressione che terminò solo alla  fine del secondo conflitto mondiale. Né gli interventi precedenti né lo straordinario incremento di spesa pubblica durante la guerra portarono infatti ad una ripresa dei consumi.

Risultati altrettanto negativi si sono avuti in Giappone negli anni ’90: nell’arco di un decennio, i governi in carica attuarono piani di rilancio dell’economia per una cifra complessiva analoga a quella dello stimolo fiscale progettato dall’attuale amministrazione americana. Il risultato? Una montagna di debiti e molte inutili infrastrutture ma nessuna apprezzabile ricaduta in termini di crescita. Obama ha sostenuto che l’esito negativo dell’approccio nipponico è da ricondursi alla diluizione dell’intervento dello Stato che avrebbe dovuto agire con un drastico aumento della spesa pubblica immediatamente a ridosso della crisi della Borsa e dello scoppio della bolla immobiliare.

Ma, forse, le ragioni del fallimento delle manovre di stimolo dell’economia sono da ricercarsi altrove. La più ovvia è che, per accrescere la domanda aggregata nel breve periodo, lo Stato non può far altro che indebitarsi e, dunque, aumentare il prelievo fiscale nel medio termine. Tale prospettiva vanifica l’effetto di potenziale crescita dell’occupazione conseguibile con un taglio fiscale: difficilmente un’impresa assume nuovi dipendenti sapendo che la richiesta del bene/servizio prodotto, dopo un breve periodo, tornerà ai livelli pre-esistenti. Un altro importante fattore che ha reso inefficaci nel passato le politiche governative è rappresentato dallo sfasamento temporale tra andamento del ciclo economico ed effetti delle manovre adottate. Tale problema sembra affliggere anche il recente pacchetto di Obama le cui ricadute si manifesteranno in larga misura nel prossimo anno ed in parte nel 2011 quando l’economia potrebbe già essersi riavviata verso una fase espansiva.

La scelta di Obama non era, peraltro, come da più parti sostenuto, l’unica possibile. Quando fu eletto, Ronald Reagan dovette fronteggiare una situazione economica analoga o addirittura peggiore rispetto a quella attuale. L’economia americana era in recessione da quasi un anno, la disoccupazione si attestava su livelli paragonabili a quelli odierni (e con un tasso di occupazione più ridotto), l’inflazione era fuori controllo.  E, allora come oggi, le cronache economiche raccontavano del peggior stato dell’economia registrato dopo la grande depressione.

Le mosse attuate da Reagan furono di segno diverso rispetto a quelle dell’attuale Presidente: una drastica riduzione delle aliquote marginali di imposta ed il taglio della spesa pubblica al netto di quella militare. I risultati non si fecero attendere sia in termini di crescita economica (7,2% nel 1984) che di calo del tasso di disoccupazione. La logica sottesa alla politica reaganiana era opposta a quella keynesiana: per uscire da una crisi causata (anche) da un eccesso di consumi, la strada corretta non è quella di un ulteriore incremento della domanda o la costruzione di infrastrutture di dubbia utilità ma, al contrario, dovrebbe prevedere maggiori incentivi a risparmiare, investire e produrre di più.

Resta la domanda: perché riproporre una terapia che si è rilevata inefficace nel passato? La risposta più corretta è probabilmente quella che ha fornito Rahm Emanuel il capo dello staff della Casa Bianca secondo il quale: “non bisogna mai sprecare l’occasione di una grave crisi”. E questa crisi consente ai democratici di mettere in atto politiche che in precedenza erano considerate

Da Libero Mercato, 24 febbraio 2009
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