Le Big Pharma Usa sotto scacco, è il momento dell’Europa
Ma confidare sulla complicità dei mandarini della sanità è una strategia molto rischiosa
La crisi dell’economia statunitense e l’avvento di Obama, determinato ad aumentare l’intervento pubblico in sanità, non lasceranno indenni le industrie farmaceutiche d’oltreoceano fino ad ora garantite da una grande libertà di mercato. Per questo la palla dell’innovazione e dello sviluppo non può che passare alle consorelle del Vecchio continente che dovranno però scrollarsi di dosso i “mandarini della sanità pubblica”

Il bailamme finanziario globale pare essere clemente con l’industria farmaceutica. Abbiamo letto da più parti che si tratta di uno dei settori più liquidi, e quindi potenzialmente meno impattati dalla “stretta del credito” che fa tremare buona parte del comparto industriale, nei Paesi sviluppati. Se però la crisi non lascia presagire effetti devastanti, come rispetto all’automobile o più in generale al manifatturiero, sarebbe azzardato immaginare che Big Pharma, e così pure le sue cugine più piccole, possano dormire sonni tranquilli.

L’impressione degli osservatori è che si navighi in acque sconosciute. La crescita delle grandi americane è stata assicurata, negli scorsi vent’anni, da un contesto nel quale, a buone garanzie per il rispetto della proprietà intellettuale (soprattutto negli Stati Uniti), si accompagnavano due fattori. Da una parte, la capacità di mettere a profitto una fase di ricerche (situabile fra gli anni Sessanta e gli anni Ottanta) che ci ha dato un ampio numero di farmaci blockbuster, e vistosi miglioramenti nella qualità della vita. Dall’altra, una situazione frastagliata dei mercati globali, con grosse restrizioni alla libertà di commercio e di prezzo ampiamente bilanciata, però, dalla relativa libertà del mercato più importante, quello americano.

La progressiva migrazione delle industrie maggiori, e dei più rilevanti centri di ricerca, Oltreoceano si spiega proprio in virtù di determinanti di tipo “istituzionale”. Un’impresa americana poteva contare su un mercato interno con barriere all’ingresso notevolmente più basse, di quanto non fosse in Europa; su istituzioni pubbliche tutto sommato “amiche”, anche rispetto al tema della protezione dell’IP all’estero; su una libertà di prezzo che aiutava e sosteneva l’innovazione. Questo ha portato ad una concentrazione vieppiù rilevante, delle imprese del farmaco nel nuovo mondo. Altre caratteristiche tipiche degli Stati Uniti – per esempio, la public company come modello organizzativo – apparivano congeniali all’industria del farmaco. Che ha potuto crescere e prosperare, forte anche di un business model votato alla crescita dimensionale, per economie di scala nella ricerca e per una migliore suddivisione del rischio.

Sappiamo tutti che i tempi di sviluppo di un medicinale sono molto lunghi, e che il brevetto ha il pregio di premiare chi arriva prima, nella lotta ad una patologia, ma anche il difetto di azzerare il senso degli investimenti, altrettanto importanti, di chi arriva secondo. Il sistema, nel suo complesso, ha però retto abbastanza bene. È il caso di chiedersi, tuttavia, se possa passare indenne il prossimo inverno.

Il problema immediato è l’esaurimento di taluni brevetti: il caso del Lipitor è solo il più evidente. In generagenerale, però, le minacce sono soprattutto due. Da un punto di vista di organizzazione industriale, bisogna vedere se i meriti del gigantismo superano i suoi pericoli. Nel settore bancario, per anni il trend è stato verso la costruzione di attori sempre più grandi, frutto di aggregazione sovente benedette dalle autorità competenti. I consolidamenti hanno unito realtà talora disomogenee: il caso più emblematico era forse la defunta Abn Amro, che si era espansa in più direzioni incorporando realtà profondamente diverse. Ma le recenti difficoltà di Royal Bank of Scotland, o Citibank, dimostrano che non sempre big is beautiful.

Il modello di business delle farmaceutiche è più solido, eppure gli anni Duemila erano incominciati all’insegna della nascita di alcune boutique di media-piccola dimensioni, figlie del venture capital e pensate per entrare aggressivamente in nuovi filoni di ricerca. La dimensione ottimale delle imprese, per conseguire ricerche innovative, non è “data” una volta e per sempre. La deve “scoprire” il mercato, contemperando le esigenze di chi la ricerca la fa, con quelle di chi la finanzia. Le grandi imprese sono inevitabilmente rette da burocrazie private - talora più efficienti, talora meno. E per ragioni evidenti e note, le burocrazie fanno fatica a tenere il passo delle nuove idee.  Se il ciclo dell’innovazione farmaceutica sembra vivere una fase di impasse, non è detto che lo sia per ragioni legate esclusivamente allo stato delle scoperte scientifiche, e non anche per motivi di carattere organizzativo.  L’altra grande minaccia attiene gli incentivi alla ricerca. La relativa libertà di mercato di cui godevano le imprese del farmaco, negli Stati Uniti, è stata il propellente della loro crescita. Che cosa succederà, ora che gli Usa hanno un Presidente determinato ad aumentare l’intervento pubblico, in sanità?

La scarsa libertà di prezzo, in Europa, è il prezzo che le farmaceutiche pagano ad una grande “certezza” offerta loro: quella di avere un solo, grande cliente, nello Stato. Il monopsonio può sedurre gli attori privati. Ma se l’acquirente è unico, il suo potere contrattuale sale a dismisura. Per questo, se lo Stato è l’unico compratore, e l’unico a potere autorizzare la vendita di nuovi prodotti, è normale che sia lui a fare i prezzi. Ed è normale che tenda a fare i prezzi che ritiene più convenienti.

Confidare sulla complicità dei mandarini della sanità, per avere prezzi rispettosi dei costi dell’innovazione, è una strategia molto rischiosa. Non solo non sempre si incontrano interlocutori ben disposti, ma soprattutto bisogna avere la possibilità di fare arbitraggi tra diversi mercato, se in ciascuno di essi le condizioni di prezzo sono di fatto sottratte al controllo dei produttori.

Finché il mercato più grande e ricco al mondo non presentava questo genere di inconveniente, Big Pharma poteva dormire sonni tranquilli, spuntando condizioni ora migliori ora peggiore, essendo sostanzialmente in grado di mettere l’innovazione in conto al consumatore americano. Se ora anche in America cresce la presenza dello Stato, il rischio è quello di incorrere in controlli dei prezzi anche lì – soprattutto in una fase in cui la finanza pubblica Usa è a rischio come non mai, e pertanto formule flessibili come quelle sperimentate con “Medicare” sembrano irripetibili.

Se la ricerca della dimensione ottimale delle imprese va lasciata al mercato, devono essere in primis gli Stati europei, ad impegnarsi per ripristinare condizioni più appropriate, per la ricerca farmaceutica. Sta a loro proprio perché sono in svantaggio, rispetto al gigante americano, e perché intuendone le difficoltà possono diventare, a loro volta, più attrattivi per l’industria. Questo significa fornire tutele brevettuali importanti, e creare spazi di competizione autentici, nella congiunzione virtuosa della confezione di politiche rispettose dell’industria, con l’arretramento della mano pubblica in sanità, reso inevitabile da invecchiamento della popolazione e costi crescenti.

Paradossalmente, il farmaceutico scoprirà che il suo futuro è sempre più legato al destino dei sistemi sanitari nel suo complesso. Se ne accorgerà in America, dove l’avanzare della medicina socializzata non lascerà indenni gli operatori di mercato. E se ne accorgerà in Europa, dove non ci sarà terza via, fra la strada di una crescente responsabilizzazione dei privati, e quella del razionamento pubblico.

Da Il Bisturi, 9 febbraio 2009
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