Sanità pubblica o privata?
Il vantaggio evidente è quello di poter scegliere, avere una sanità di qualità migliore
L’una funziona male, con sprechi e disorganizzazione, l’altra fa paura perché regolata dalla legge di profitto. I sostenitori dei modelli opposti avanzano ragioni altrettanto valide. E allora la soluzione dov’è? E’ possibile mediare le esperienze per offrire un servizio efficiente?

La spesa pubblica destinata alla sanità è sempre più contenuta ed i costi delle prestazioni aumentano. E’ la solita legge del mercato? In alcuni casi l’aumento è giustificato con un miglioramento della prestazione, in altri no. E le tensioni aumentano, mentre ogni governo propone la propria soluzione.
L’ultima riguarda la creazione di una joint-venture per gestire strutture ospedaliere con la collaborazione di privati. Lo ha proposta recentemente il Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi.
E qui cominciano le polemiche, dubbi, paure e recriminazioni.
Può un bene come la salute essere privatizzato? E come è gestita negli altri Paesi la questione? Sono solo alcune delle domande a cui abbiamo cercato di dare una risposta ascoltando voci che arrivano dalle diverse posizioni, sforzandoci di tenere lontano eventuali pregiudizi per cogliere da ciascuno solo ciò che può essere utile per capire e riflettere.
Per questo vi proponiamo due punti di vista diversi: quello di Alberto Mingardi, direttore generale dell’Istituto Bruno Leoni di Torino (Centro di ricerca e studi per le idee di libero mercato), che illustra i vantaggi di un modello misto di sanità, e quello di Saverio Chiappero, segretario generale FpCgil Torino funzione pubblica, convinto sostenitore di una sanità pubblica.

Il pensiero del liberista
Tre, come spiega Alberto Mingardi, sono in sintesi i modelli utilizzati in Europa: quello in cui il servizio è erogato per intero dallo Stato; quello in cui è reso dallo Stato ma anche dai privati convenzionati con lo Stato stesso, e infine quello in cui, come accade in Olanda o in Svizzera, i cittadino sono obbligati per legge ad assicurarsi privatamente. E allora subito una domanda su quest’ultimo modello: i cittadini meno abbienti come fanno? «Sono assicurati dallo Stato—risponde Mingardi—ma sempre attraverso questi players privati. In generale, l’obbligo ad assicurarsi privatamente deve corrispondere ad una diminuzione delle imposte». D’accordo ma perché un progetto funzioni ogni parte coinvolta deve trarne vantaggio e allora dove sono i vantaggi per il pubblico? E per il privato? E soprattutto per il cittadino? «Nel modello olandese o svizzero—ribatte—le strutture pubbliche sono costrette a competere con le private e la concorrenza genera efficienza. Ciò avviene in parte anche dove è presente il privato ma l’ufficiale pagatore è sempre lo Stato, secondo il modello lombardo. In questi casi, però, sono molto più probabili i conflitti d’interesse e i controlli sono limitati e spesso troppo tolleranti con le strutture pubbliche. In un sistema dove invece i pagatori sono una pluralità di operatori privati, gli incentivi al controllo sui costi e sulla qualità sono maggiori perchè le assicurazioni non sono opere pie e le possibilità di episodi di corruzione si riducono. Quanto ai vantaggi per il pubblico, la spesa sanitaria viene trasferita in larga misura fuori dal perimetro della spesa pubblica, diminuendo la pressione sulle finanza dello Stato. I privati sono motivati dal profitto, ma ciò non deve farci paura, perchè costituisce un incentivo a servire nel modo migliore il paziente». E per i singoli cittadini? «Il vantaggio è evidente—conclude—è quello di poter scegliere, avere una sanità di qualità migliore, non restare vittima delle liste d’attesa».

Le preoccupazioni del sindacalista
Di diversa opinione Saverio Chiappero della Cgil, secondo il quale «non tutti i beni possono stare sul liberi mercato e la salute è uno di questi perché è un diritto che la Costituzione riconosce a tutti i  cittadini». Il punto è un altro. «La Sanità ha più costi che guadagni—dice—ma ha uno dei capitoli più alti ed è notevole il flusso do denaro. Per questo il privato lo considera un campo interessante. In Piemonte ci sono stati alcuni tentativi di privatizzazione delle prestazioni, ma sono stati chiusi perché è stato dimostrato avevano un costo più alto che se fossero stati gestiti direttamente». Qualche esempio? «Il centro trasfusionale Avis—spiega Chiappero—aveva il laboratorio all’interno dell’Ospedale Sant’Anna, ma è stato trasferito al servizio sanitario nazionale perché non solo si doveva pagare chi eseguiva i prelievi e le analisi, ma anche la sovrastruttura, ossia il direttore e una parte associativa. Quando c’è il privato di mezzo la direzione resta dal privato che non paghiamo con i prezzi del pubblico ma con quelli del mercato privato. Oltretutto non è detto che queste persone rispondano alla logica del pubblico, ma piuttosto a quella di fare utili». Insomma per Chiappero la vera domanda è: «Come far si che il servizio pubblico sia efficiente, trasparente ed erogatore di un servizio di qualità?». «Purtroppo»—aggiunge—«con la riforma che ha visto togliere i Consigli d’amministrazione dagli ospedali, che rappresentavano Comuni o Circoscrizioni, i cittadini non hanno alcun potere, ma il rapporto va ricostruito e magari al posto di lavorare al fianco di società private si pensi di lavorare al fianco di organi di rappresentanza dei cittadini. I quali devono riprendersi il controllo, perché pagano le tasse e hanno quindi tutto il diritto di chiedere conto».
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