“Non c'è libertà senza proprietà”
Lo storico Francesco Perfetti recencisce il libro "proprieta' e liberta'" di Richard Pipes
Lo storico racconta l'eterna lotta dei regimi statalisti per abbattere il baluardo contro lo strapotere delle istituzioni: i beni privati. Con la scusa dell'uguaglianza

La più grande minaccia alla libertà è costituita dall'aspirazione all'uguaglianza sociale e a quella economica, che anima non soltanto l'utopia comunista ma anche la filosofia del cosiddetto Welfare State. Il concetto stesso di libertà – un concetto che, inteso nella sua accezione più ampia, interessa la dimensione politica, giuridica, economica, individuale – è anti – egualitario: gli individui, infatti, differiscono tra loro per tutta quelle doti che, in qualche misura, contribuiscono al successo. È un'osservazione, questa, tutto sommato banale e di buon senso. Un'osservazione che un grande studioso della politica e costituzionalista inglese dell'800, Walter Bagehot, ebbe a sintetizzare in una battuta: “Non esiste alcun metodo grazie al qual gli uomini possano essere sia liberi sia uguali”. Eppure, è un'osservazione la cui evidenza è negata e costatata da quanti sono annebbiati dall'ideologia del progressismo e dell'egualitarismo a ogni costo.

Ogni tentativo di limitare o ridurre il diritto di proprietà – che è, poi, uno degli aspetti della filosofia e delle politiche dell'egualitarismo – costituisce un attentato alla libertà individuale: libertà e proprietà sono talmente connesse che la prima non può esistere senza la seconda. Dalle vicende del loro rapporto dall'antichità ai giorni nostri si occupa una densa opera di uno dei maggiori storici contemporanei, Richard Pipes, nel volume Proprietà e Libertà (Lindau, pp.520, euro32), ora edita in italiano sotto gli auspici dell'Istituto Bruno Leoni.

Il comunismo
Si tratta di un lavoro apparentemente eterodosso rispetto alla produzione storiografica di Pipes, noto soprattutto come autorevole studioso delle vicenda della Russia, dell'Unione Sovietica e dei Paesi dell'Europa Orientale. In realtà l'interesse di Pipes per il rapporto fra libertà e proprietà derivò proprio dai suoi studi sul comunismo. Egli, infatti, studiando la società russa, si rese conto che uno dei tratti distintivi della sua storia rispetto a quello degli altri Paesi europei era lo scarso sviluppo in essa del concetto di proprietà. Da questa constatazione egli prese l'idea, poi divenuta ipotesi di lavoro, che la proprietà costituisse la chiava di comprensione dell'origine di tutte le istituzioni politiche e giuridiche che garantiscono la libertà.

Partendo da questa premessa Pipes pervenne, per esempio, alla conclusione – in un bel libro di sintesi interpretativa sulla storia russa del Medioevo alla dissoluzione del del regime imperiale – che il totalitarismo sovietico affondava le proprie radici in un sistema di governo “patrimoniale” che, non permettendo distinzione tra sovranità e proprietà, aveva consentito allo zar di agire sia come reggente sia come proprietario del suo regno.
Il volume ora tradotto in italiano, Proprietà e libertà, fu pubblicato originariamente nel 1999 e rappresenta il punto di arrivo della speculazione di Pipes  su questi temi.

Dopo una suggestiva analisi comparata storico-concettuale dell'evoluzione dell'idea e dell'istituzione della proprietà, lo studioso americano concentra la sua attenzione soprattutto  sui casi della Gran Bretagna, della Russia e degli Usa per arrivare a esaminare le ombre che si addensano minacciose sul futuro di una società troppo incline a cedere alle lusinghe delle teorie egualitarie e alle sirene  di un interventismo statale auspicato come un toccasana in ogni situazione di crisi.
Le pagine dedicate da Pipes al totalitarismo, in particolare a quello sovietico, sono da manuale. Esse fanno vedere con tutta evidenza come l'obiettivo finale di un regime totalitario – la concentrazione do ogni forma di autorità pubblica nelle mani di un èlite che si autonomina e autoperpetua – presupponga il controllo, diretto o indiretto dell'economia. Questo controllo implica l'abolizione della proprietà, che per sua natura pone limiti all'autorità dello Stato, ovvero ne comporta la trasformazione al servizio delle esigenze dello Stato o del partito-Stato.
Ecco quindi la logica delle confische dei beni, dell'esproprio brutale dei patrimoni privati, della distruzione di interi ceti sociali, come avvenne in Urss.

I totalitarismi
La costruzione di un regime totalitario passa, insomma, attraverso il ridimensionamento o l'abolizione della proprietà privata. Scrive Pipes: “L'esperienza totalitaria conferma che, come la libertà esige la tutela dei diritti di proprietà, così la lotta per instaurare un illimitato potere personale sui cittadini esige la distruzione del loro dominio sulle cose poiché questo consente loro di sottrarsi al controllo onnipervasivo dello Stato”.

L'opera di Pipes, scritta con il piglio dello storico di razza, si inserisce a pieno titolo nel Pantheon della cultura liberale. Appartiene a quel filone di studi che denunciano ogni forma di statalismo e di interventismo statale in economia, ogni tentativo di imboccare, come recita il titolo di un celebre saggio di Friedrich von Hayek, “la strada verso la schiavitù”.

Da Libero, 16 ottobre 2008
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