Gli scandali non salveranno la sanità
Gli scandali della salute imbarazzano e aiutano il governo. Sullo sfondo della grande partita con la magistratura, infatti, l'attenzione sui costi gonfiati della sanità convenzionata contribuisce ad allentare la pressione sociale…
Gli scandali della salute imbarazzano e aiutano il governo. Sullo sfondo della grande partita con la magistratura, infatti, l'attenzione sui costi gonfiati della sanità convenzionata contribuisce ad allentare la pressione sociale, contro i tagli. Il partito del contenimento della spesa guadagna legittimità: se i soldi sono sprecati, o finiscono assorbiti in delle zone d'ombra, vuol dire che si può far meglio con meno. Le manette sono arrivate in una Regione che il governo aveva in animo di commissariare. La prossima puntata potrebbe riguardare la Campania.

Intanto, continuano le indagini su ipotetiche truffe ai danni dell'Ssn da parte di cliniche private lombarde. Ora nel mirino è entrato il gruppo ospedaliero San Donato. La magistratura non molla l'osso e, di riflesso, ad esserne danneggiato è soprattutto Roberto Formigoni, che si è preso dell'«irresponsabile» da Giulio Tremonti per averne contestato il piano, volto alla riduzione del 10% in tre anni degli stanziamenti per la salute. Per il presidente della Conferenza Stato-Regioni Vasco Errani, «alla luce di questi tagli dovremo ridurre i servizi e in molti casi reintrodurre i ticket».

La questione della sanità sta dunque emergendo in tutta la sua rilevanza. Abbiamo a che fare con una nuova Tangentopoli? Non è quello il punto. Il fatto che il sistema passi attraverso cicli periodici di scandali (sia nella sua componente pubblica, sia in quella convenzionata), suggerisce che va ripensato. Che la sanità pesi di più, sul Pil, è, in qualche misura, inevitabile. È vero che spendiamo meno, per esempio, degli americani (in Usa la spesa sanitaria, nella quale la componente privata è molto forte, conta per il 15% del pil, contro il nostro 9%), ma in tutto l'Occidente si fanno sentire due fenomeni, collegati. Il primo è l'aumento dell'aspettativa di vita.
La vita media degli uomini dovrebbe crescere da 77,4 anni nel 2005 a 83,6 nel 2050, quella delle donne da 83,3 a 88,8 anni. Secondo le previsioni, il rapporto tra anziani con più di 65 anni e popolazione complessiva dovrebbe passare da uno ogni 5 nel 2005, a uno ogni 4 nel 2003. Per quanto riguarda gli over 85, il rapporto dovrebbe passare da uno ogni 50 a uno ogni 20. L'Italia del 2050 sarà composta per il 33,6% di ultrasessantacinquenni.

Vivremo di più, ed è una bellissima notizia. Ma una società anziana è anche una società nella quale la domanda di servizi sanitari è maggiore, e più complessa. Più complessa sia perché non basta invecchiare - bisogna invecchiare bene - sia in virtù di quella che l'economista Arnold Kling chiama «medicina premium». La pratica della medicina è assai cambiata, negli ultimi anni: c'è molta più specializzazione, e come conseguenza la medicina è molto più «capital intensive». È cresciuto il ricorso agli specialisti, è straordinariamente migliorata la qualità della diagnostica, è aumentato il numero degli interventi disponibili. Si è perso l'aspetto più "artigianale" del mestiere del medico, e si fa vieppiù ricorso a tecniche diagnostiche ad alto contenuto di tecnologia, e ad alto costo, spesso in base ad un principio di precauzione. Il medico prescrive esami su esami, la più parte dei quali per fortuna dà esito negativo. Così facendo, il dottore si alleggerisce la coscienza mentre noi, sapendo che in un caso remoto potremmo scoprire e pertanto affrontare per tempo una grave malattia, siamo dopotutto sollevati dal poterci sottoporre al calvario.
È così che la spesa va fuori controllo. La malversazioni, che sono moralmente inscusabili, sono una goccia nel mare. E, ovviamente, lo spreco è tanto più probabile, quanto più sono altri, e non noi direttamente, a pagare.

La responsabilizzazione del singolo cittadino-paziente è uno dei due strumenti disponibili, per governare la spesa. L'altro, quello che osserviamo nei sistemi pubblici, è il razionamento. È quanto avviene in Italia, fissando tetti di spesa. La differenza è quella che passa fra un criterio che mette al centro il singolo individuo, e la sua possibilità di valutare concretamente e di persona la qualità dei servizi che gli vengono offerti, e uno strumento di pianificazione.
L'Italia ha una quota pubblica di spesa sanitaria che vale il 75,6% del totale. Sappiamo che il mondo della salute può organizzarsi all'incirca in tre modi: con un sistema di copertura «universale» attraverso l'istituzione di un ssn; con una copertura pubblica di base solo per specifici gruppi della popolazione, che lasci agli altri l'opzione di assicurarsi; con un sistema universalistico di copertura, che passi attraverso l'obbligo di acquistare un'assicurazione di base (come avviene in Svizzera ed in Olanda). In questi due ultimi sistemi, il privato non è solo a valle (non c'è solo competizione fra strutture convenzionate) ma anche a monte.

È banale, ma finanziatori privati (sostanzialmente, compagnie di assicurazione) hanno un incentivo maggiore a garantire un uso efficiente delle risorse, di quanto non l'abbiano Asl o Regioni. Non solo. Se davvero la spesa sanitaria così com'è nel lungo periodo è insostenibile, diventa politicamente meno costoso fare assumere a dei privati anziché allo Stato la decisione di togliere alcune prestazioni piuttosto che altre dalla copertura assicurata.

Ha ragione Errani: le Regioni dovranno «tagliare» sui servizi, e introdurre forme di co-payment, che in un sistema statalista sono l'unico strumento per provare a responsabilizzare i singoli beneficiari dell'Ssn. È un passo impopolare, ma non è una cattiva notizia. Anche perché, se non troviamo il coraggio di uscire dalla gabbia di un sistema universalistico pubblico, presto non sarà possibile occuparsi di sanità, ed essere popolari allo stesso tempo.

Da Il Riformista, 17 luglio 2008
Privacy Policy
x