Via alle «vere» liberalizzazioni
…L’Italia è indietro. Lo dimostra anche uno studio dell’Istituto Bruno Leoni. Come ogni anno, il think tank torinese ha misurato il grado di apertura di dodici mercati … L’Ibl ci consegna un quadro sconfortante…
La sinistra che ha scoperto (dopo) il libero mercato aveva accusato il centrodestra di non volere proseguire sul sentiero delle liberalizzazioni. Che fosse una cattiva profezia, è bastato poco per scoprirlo. Ci ha pensato il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, a mettere le carte sul tavolo. Nel piano di sviluppo triennale che il governo sta mettendo a punto, le liberalizzazioni occuperanno un posto importante.

C’è la questione - cara a Tremonti - dell’impoverimento della popolazione e della necessità di sostenere con politiche virtuose «chi fa fatica». La Robin Hood tax, che inciderà sugli extraprofitti dei petrolieri, non attutirà l’impatto del caro greggio sulle famiglie. L’unico modo per provarci è incidere sulle filiere; a cominciare dal trasporto pubblico, incluso quello locale.

Per fare partire dinamiche virtuose, che aiutino a contenere i prezzi e stimolino un ampliamento dell’offerta, bisogna liberalizzare. L’Italia è indietro. Lo dimostra anche uno studio dell’Istituto Bruno Leoni. Come ogni anno, il think tank torinese ha misurato il grado di apertura di dodici mercati: dall’elettricità alle telecomunicazioni, dalle professioni liberali al lavoro. L’Ibl ci consegna un quadro sconfortante, nel quale i provvedimenti voluti dal ministro Bersani hanno inciso poco o niente sulla libertà economica. Le «lenzuolate» hanno avuto un effetto assai modesto, visibile solo in ambiti limitati (la distribuzione dei farmaci da banco). Laddove sarebbe stato opportuno andare più in profondità, penso per esempio all’apertura delle professioni liberali fino a contaminarle positivamente con le regole di mercato, non si è riusciti ad andare. Mentre, di contro, alcuni dei provvedimenti di Bersani (l’abolizione dei costi di ricarica dei telefonini) si sono rivelati tentativi di fare «politica dei prezzi» a spese delle imprese private: con effetti negativi, sul piano della libertà di mercato.
Più che dalle liberalizzazioni di Bersani, se il governo dovesse mai attingere a elaborazioni dell’esecutivo di Prodi, direi che sarebbe opportuno ripartire dal ddl Lanzillotta. La liberalizzazione dei servizi pubblici locali è urgente: pensiamo solo al trasporto pubblico locale, vero ginepraio nei conti di qualsiasi amministrazione. Per un chilometro percorso, le aziende inglesi ricevono 0,6 euro di fondi pubblici, quelle italiane in media 2,2.

È incoraggiante che Tremonti abbia annunciato interventi su questo tema. Anche perché sono molti i veti da superare, e ci vorrà tutta l’abilità politica di Tremonti per scavalcarli. In passato, prima è stata la Lega, e poi la sinistra radicale, a fermare il processo di apertura al privato dei settori presidiati dalle piccole Iri locali. Fortissime sono anche le pressioni di carattere sindacale. Eppure, quando si pensa ai più deboli e alla necessità di sostenerne il potere d’acquisto, è chiaro che i servizi pubblici locali debbono essere una priorità. Se non si interviene lì, è impossibile che cali il costo delle utenze. E se non si interviene lì, non si darà mai efficienza al trasporto pubblico, cosa tanto più urgente quanto più l’aumento del prezzo del petrolio rende lo spostamento con i mezzi collettivi attraente per una fascia più ampia di persone.

Non sono le uniche frecce all’arco del governo. Due provvedimenti allo studio del ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, saranno vere liberalizzazioni. L’allargamento della liberalizzazione nella vendita dei farmaci da banco, portando le aspirine ovunque ce ne possa essere bisogno. E l’asportazione chirurgica dei nuovi vincoli imposti al mercato del lavoro dal governo Prodi, a cominciare dalla demenziale disciplina delle dimissioni volontarie. Oggi in Italia, se uno si dimette perché ha trovato un altro impiego o vuole mettersi in proprio, viene visto come una vittima che si suppone abbia subito violenza morale dal datore di lavoro; e deve recarsi per giustificare il suo diritto alla libertà all’ufficio provinciale del Lavoro… Liberalizziamo per favore, e in fretta.

Da Blogonony – il blog di “Economy”, 18 giugno 2008
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