Non buttate il privato con la sanità sporca
Che cos’è, che cosa può essere, la sanità «privata»? La risposta non è poi così scontata. Ma bisogna provare a darsela, prima di trarre dalla vicenda del Santa Rita una conclusione tragicamente sbagliata…
Che cos’è, che cosa può essere, la sanità «privata»? La risposta non è poi così scontata. Ma bisogna provare a darsela, prima di trarre dalla vicenda del Santa Rita una conclusione tragicamente sbagliata: sul modello lombardo e il futuro della sanità italiana nel suo complesso. È evidente che, con lo scandalo della clinica degli orrori, si è riaperta la strada a una tendenza in Italia piuttosto comune: la criminalizzazione del privato. Ma il fatto che un ospedale sia pubblico o meno, ha rilevanza, nei casi di malasanità?

Responsabilità e capacità dei medici non sono uniformemente distribuite, né in una singola struttura, né in un certo comparto (pubblico-statale o convenzionato). Quando la magistratura scoperchia storie men che edificanti (pensiamo al recente “caso Marcelletti”) nel perimetro della sanità statale, nessuno chiede la privatizzazione di quelle realtà. La brutta vicenda del Santa Rita è sufficiente invece per porre in dubbio i successi di un sistema che ha garantito assieme più libertà di scelta ai pazienti e risparmi importanti. Dove rileva la dicotomia pubblico-privato, è nella truffa degli ospedali convenzionati rispetto al sistema. Allo scandalo per la disinvoltura usata sui pazienti, si somma lo scandalo per lo sperpero di risorse di tutti. Qui, però, purtroppo, bisogna dirsi la verità: lo sperpero è tanto più probabile, dal momento che le risorse sono di tutti. Anzi, non sarebbe irragionevole sostenere che l’interesse del privato (a contenere i costi e a preservare la sua reputazione), e la sua maggiore libertà gestionale, possano limitare le mele marce.È difficile dirlo in questi giorni, un po’ perché l’esperienza del Santa Rita punta in altra direzione, e un po’ perché - soprattutto a sinistra - la tentazione di inscenare un processo politico a Roberto Formigoni è fortissima. Tuttavia, è indubbio che le sanzioni per contenere le malversazioni sono assai più facili da mettersi in atto nel privato che nel pubblico.

Non va perso di vista il quadro “di sistema”, sulla spinta dell’emotività. Si sono invocati (e il sottosegretario Fazio ha promesso) maggiori controlli, da contrapporsi alla “supplenza” della magistratura. Come sempre in Italia, si insiste sui controlli e si trascura l’importanza degli incentivi. Per il pubblico che acquista servizi da un ospedale convenzionato, l’obiettivo è un outsourcing risparmioso. Per l’accreditato, conta la razionalizzazione dei costi, per fare profitto. Questa la situazione ideale: poi ci sono le deviazioni di percorso.

Ma la situazione ideale è di per sé molto poco “ideale”, perché l’unica arma che ci lascia in mano è il ricorso alla retorica della responsabilità. I fondi sono allocati in base a criteri stringentemente definiti, ma da una burocrazia. Il beneficiario delle prestazioni sanitarie le paga “in differita”. Salda il conto in anticipo, da contribuente, e ne riceve i frutti “da paziente”. Manca la possibilità di quello che è il controllo più efficiente, perché il più interessato: quello dell’utente-consumatore che ha effettivamente “comprato” una prestazione sul mercato. In assenza di ciò, magari c’è “privato”, ma non c’è mercato. Ovvero, non si verifica quel processo di apprendimento collettivo, giuntato assieme dal sistema dei prezzi, che ci consente di imparare dalle nostre transazioni e avere margini di ragionevole certezza, per i nostri piani futuri.
I problemi del sistema attuale, anche nella sua punta “avanzata” lombarda, sono conseguenza di questo fatto. Dell’assenza dei più fondamentali checks and balances: quelli in capo ad un consumatore autointeressato. A rigore, allora, di sanità di mercato sarà possibile parlare solo quando avremo più privato non solo sul versante dell’offerta, ma soprattutto su quello della domanda. Il che sarebbe auspicabile per diversi motivi: le truffe al privato sono più digeribili di quelle al pubblico. Poi c’è il “caveat emptor”. Chi spende soldi propri segue sempre un “principio di precauzione”. Non necessariamente la spesa sanitaria privata deve essere “out of pocket”. Ci sono buone ragioni per “anticipare” nel tempo la spesa, evitando di dover porre mano al portafoglio in circostanze emotivamente sconvolgenti.

Ha molto senso, in questi frangenti, operare attraverso una logica assicurativa. Della quale tradizionalmente gli italiani diffidano, ma cui potrebbe essere fondamentale ricorrere, in previsione dei tagli alla spesa sanitaria attesi per i prossimi anni. Le arcigne compagnie di assicurazione che acquistassero servizi dalle cliniche, le monitorerebbero con comprensibile attenzione. Esse allocherebbero i propri fondi con parsimonia (mosse dal motivo del profitto), e quindi secondo criteri più efficienti di quelli di una burocrazia pur avveduta. In caso di malversazioni, le vittime potrebbero rifarsi contro un attore privato - il che è sempre più facile che chiedere conto allo Stato. L’incentivo ad un monitoraggio delle strutture da cui si comprano servizi, dunque, crescerebbe. Se la coperta “universale” del servizio sanitario nazionale si accorciasse, e si facesse ricorso, oltre una comprensibile “rete di sicurezza”, al privato, l’esito potrebbe essere questo. Con il vantaggio di fornire “best practices” da cui imparare anche al pubblico. Che potrebbe meglio tarare se stesso, sulla concorrenza di altri sia nella fornitura che nel finanziamento di prestazioni sanitarie.

Da Il Riformista, 14 giugno 2008
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