La vera sfida punto per punto
…il piano di riforma sanitaria di Barack Obama, spiega al Foglio Grace-Marie Turner, presidente del Galen Institute e advisor di John McCain per le politiche sanitarie, ospite a Milano di un seminario dell’Istituto Bruno Leoni…
Sulla riforma della sanità si incartò Clinton. Le ricette di Obama e McCain

“Ho rispetto per John McCain: è un vero eroe di guerra e le differenze con lui non sono sul piano personale. A dividerci sono soltanto le scelte politiche”. A dire che il tempo delle candidature d’immagine è finito è persino Barack Obama, il candidato d’immagine per eccellenza. L’uscita di scena di Hillary Clinton sembra aver messo fine d’un colpo alla fase degli attacchi personali. Le asprezze della corsa alla nomination democratica – con le accuse nemmeno troppo velate di razzismo e di sessismo che i candidati liberal e i loro staff si sono più volte scambiati – sembrano già un ricordo: è giunto il tempo delle policy, si dice. Obama lo ha chiarito giovedì scorso a Bristol, dove era invitato a parlare a una platea formata principalmente da minatori della Virginia sudoccidentale. Il tema che il senatore dell’Illinois ha scelto per iniziare la sua corsa solitaria verso la convention democratica di agosto e la Casa Bianca è quello, assai spinoso, della sanità. Non c’è presidente, negli ultimi quindici anni, che non abbia tentato di confrontarvisi. Tutti, chi più chi meno, hanno fallito. Fallì Hillary Clinton quando, da first lady, cercò di portare al Congresso una bozza di riforma del sistema sanitario che aprisse al modello universalista europeo. Si rifiutarono persino i democratici. Lo stesso George W. Bush si è dovuto rassegnare ad apportare pochi e non epocali correttivi al sistema sanitario statunitense, rimandando a un’altra presidenza il varo di una riforma vera. Quella presidenza potrebbe essere la prossima, spera Obama, complice magari quella “inesperienza” che presto o tardi il suo rivale repubblicano finirà per rinfacciargli.

Nel suo intervento in Virginia, il leader democratico non ha rinunciato alla poetica dei più deboli: “Nel mio viaggio in giro per l’America – ha raccontato ai supporter  – ho incontrato mamme single che avevano diritto all’assicurazione sanitaria per i loro bimbi ma non potevano permettersene una per loro stesse. Ho visto gente finita in bancarotta per non aver sottoscritto una polizza sanitaria. E ho incontrato persone che si ammalavano sempre più perché non potevano permettersi di acquistare le medicine che pure erano state prescritte loro”. Come un Tremonti d’oltreoceano, Obama ha scelto il suo obiettivo: “Sono le compagnie assicuratrici e le grandi case farmaceutiche ad aver ostacolato, da dieci anni a questa parte, ogni tentativo di riforma. Loro staccavano assegni perché i lobbisti facessero valere i loro interessi. Nessuno ha fatto valere gli interessi degli americani”.

Il piano di riforma del senatore nero è semplice e tutto sommato meno radicale di quello accennato da Hillary durante i dibattiti e i comizi per le primarie. “Obama non mira a un sistema completamente diverso da quello attuale, contrariamente all’ex first lady”, spiega al Foglio Grace-Marie Turner, presidente del Galen Institute e advisor di John McCain per le politiche sanitarie, ospite a Milano di un seminario dell’Istituto Bruno Leoni. “Il candidato democratico – dice la ricercatrice americana – non cerca di introdurre il modello europeo della copertura sanitaria universale in America. Per lui il sistema delle assicurazioni private è sostanzialmente valido e il problema è semmai di costi pubblici e privati. Di quelli affrontati cioè dall’erario per far fronte alle necessità dei cittadini e di quelli relativi all’acquisto delle polizze sanitarie, ancora troppo care per molti. Sul piano dell’analisi, sono le stesse considerazioni del senatore McCain”.

La differenza è nelle soluzioni. Obama vorrebbe calmierare i premi delle polizze imponendo una sorta di prezzo politico a tutti, giovani e anziani, sani e malati: “Così un uomo giovane e in buona salute e un altro ultrasessantenne e con problemi di cuore e diabete si ritroverebbero a pagare la stessa cifra”, sottolinea Turner. Il risultato sarebbe una distorsione del mercato (con l’obbligo per tutti i datori di lavoro di assicurare i propri dipendenti e l’obbligo di tutte le compagnie di accordare la copertura anche ai soggetti ad alto rischio) che abbasserebbe i prezzi delle polizze e anche i costi dei programmi alternativi istituiti negli anni dal governo federale per garantire l’assistenza anche a chi non può permettersela. A pagare il conto sarebbero le compagnie assicuratrici, che andrebbero ad accollarsi in parte i costi del risparmio dell’Amministrazione sui programmi per i poveri (Medicaid), per anziani e disabili (Medicare) e per i bambini di famiglie non abbienti (Schip). In un paese che ha 46 milioni di cittadini senza copertura (ma i pronto soccorso sono obbligati per legge a curare gratuitamente chi si presenta per un’emergenza) si tratterebbe di una cifra non molto lontana dai cento miliardi di dollari. Obama ha poi annunciato di volerne spendere altrettanti per ampliare comunque i tre programmi sociali.

La sanità di John McCain punterà invece sui due pilastri del liberismo economico: libertà e responsabilità. L’idea del senatore dell’Arizona è che, almeno in parte, i soldi necessari alle spese sanitarie dei cittadini debbano essere dati loro perché ne facciano l’uso ritenuto più opportuno: “Il progetto del Partito repubblicano si basa su tre azioni – dice al Foglio il presidente del Galen Institute – la prima è la portabilità della polizza, che non dovrà più essere legata al posto di lavoro, ma all’assicurato. La seconda è la concessione di un credito fiscale ai singoli e alle famiglie (si parla di 2.500 e 5 mila dollari, secondo i casi, ndr) per consentire a tutti di cercarsi un’assicurazione sanitaria che faccia al proprio caso avendo in mano più soldi per poterla acquistare. La terza iniziativa è l’apertura alla concorrenza tra compagnie su scala nazionale: finora il mercato di riferimento è quello statale, di per sé piuttosto limitato. L’aumento della concorrenza, con un rigido controllo perché non si vengano a formare accordi di cartello, porterà con sé inevitabilmente un abbassamento dei premi assicurativi. E i soldi del credito fiscale, che oggi potrebbero sembrare relativamente pochi, riusciranno a coprire una parte significativa delle spese sanitarie di ogni famiglia americana”.

Da Il Foglio, 8 giugno 2008
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