Profit e no profit possono convivere
Dove tracciare il confine fra profit e no profit? Secondo un'interpretazione ancora molto comune in Italia, il settore privato non è fondamentalmente capace di slanci generosi ed esisterebbe una tensione irresolubile tra benefici sociali…
Dove tracciare il confine fra profit e no profit? Secondo un'interpretazione ancora molto comune in Italia, il settore privato non è fondamentalmente capace di slanci generosi ed esisterebbe una tensione irresolubile tra benefici sociali ed interessi privati. Un tempo la distinzione più frequentata era quella tra Stato e società civile – ad essa erano inevitabilmente ricondotti anche i rapporti economici. Poi, al disprezzo marxiano per la sovrastruttura che è mera proiezione della struttura – la sfera politica come semplice riflesso degli equilibri del mercato – si sono sostituite altre manifestazioni di hybris. È certo vero che il fallimento dello statalismo ci ha liberati da una delle più perniciose eredità del Novecento: la persuasione, cioè, che fosse possibile fare del bene soltanto ricorrendo ai quattrini del contribuente. In compenso, però, esso ha portato ad una divaricazione crescente fra due ambiti del privato: quello che fa profitti (privato-privato), che può avere soltanto interessi particolari; e quello che non fa profitti e può perseguire l'interesse generale (privato-pubblico, o una sorta di di privato per pubblica concessione). Nel migliore dei casi, alcune recenti teorie hanno mirato ad una contaminazione fra i due ambiti: a prezzo di quali aberrazioni (si pensi alla cosiddetta “corporate social responsability”) è sotto gli occhi di ciascuno.

Un episodio recente contribuisce a gettare luce sui limiti di questa forma di bispensiero. Nelle scorse settimane, la Merck & Co. ha concluso un accordo per garantire all'International Partnership for Microbicides (IPM) – un organismo no profit con sede negli Stati Uniti – una licenza per lo sviluppo d'un nuovo composto antiretrovirale potenzialmente utilizzabile come microbicida vaginale. Il composto, scoperto a Pomezia nei laboratori dell'Istituto Ricerche di Biologia Molecolare (che ospita dal 2006 un'unità del gigante della farmaceutica) è membro di una classe di molecole, note come inibitori della fusione, che prevengono l'infezione da HIV ostacolando la fusione della membrana del virus con quella della cellula bersaglio, un passaggio iniziale obbligato nel processo di invasione del virus. In sostanza, i microbicidi agiscono come dei preservativi invisibili, senza però inficiare – circostanza non trascurabile – i meccanismi riproduttivi. Nei test di laboratorio, il composto ha dimostrato un'efficacia di gran lunga superiore rispetto a quella dell'unico farmaco della stessa classe attualmente in commercio, tanto che alcuni osservatori hanno stimato che in tre anni il suo utilizzo potrebbe ridurre di 2.500.000 le vittime dell'AIDS. Va ricordato che 35 milioni di persone nel mondo convivono con l'HIV: due terzi di esse vivono nell'Africa sub-sahariana ed il 61% dei malati in questa regione sono donne. Se consideriamo che negli ultimi anni il numero delle donne affette è aumentato globalmente da 1 milione a 15,4 milioni e che alla fine del 2006 le donne costituivano quasi la metà degli adulti affetti da HIV/AIDS a livello globale, comprendiamo a fondo la portata rivoluzionaria di questa linea di ricerca.

Merck ha concesso i pieni diritti per lo sviluppo del composto come microbicida senza alcun onere, ed ha anzi garantito ai ricercatori dell'IPM la propria collaborazione. Iniziativa senz'altro commendevole. Ciò che della vicenda salta all'occhio, però, non è soltanto la conclusiva sovrapposizione tra profit e no profit, quanto piuttosto il rapporto di filiazione diretta tra il motivo del profitto e l'emersione di vantaggi per la collettività. La concessione dei frutti per scopi benefici non cambia i motivi per cui un'impresa è stata condotta; ed è evidente come proprio nel perseguimento del suo core business (nella fattispecie di Merck, la ricerca farmaceutica) il privato giunga a realizzare il bene comune.

Da Libero Mercato, 30 aprile 2008
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