Overdose regolatoria
Richard Epstein, uno dei più noti giuristi americani contemporanei, è autore di Overdose. How excessive government regulation stifles pharmaceutical innovation, un saggio sulla farmaceutica ed i problemi regolatori…
Richard Epstein, uno dei più noti giuristi americani contemporanei, è autore di Overdose. How excessive government regulation stifles pharmaceutical innovation (Yale University Press, New Haven 2006), un saggio sulla farmaceutica ed i problemi regolatori che la circondano, la cui edizione italiana – realizzata dall’Istituto Bruno Leoni (Overdose. Come una regolamentazione eccessiva mette a rischio la medicina del futuro, Facco e Rubbettino 2008, pp 412) – è arricchita da un’ampia prefazione firmata da Antonio Pilati, componente dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, che è una sorta di tentativo (di notevole ampiezza e ponderazione) di trarre alcune indicazioni utili per il contesto italiano.

Epstein sostiene fondamentalmente la necessità di ridurre i vincoli che gravano sulla produzione farmaceutica, soprattutto nella direzione di un aumento della certezza del diritto per le imprese operanti nel settore. Una forma di pragmatismo lo porta talora a proporre soluzioni che sono evidentemente dei second best, nella sua prospettiva di pensiero. Per esempio, rispetto alle avvertenze dei medicinali, egli rigetta l’utilizzo di strumenti puramente contrattuali (un’alternativa sulla quale c’è limitato consenso, ma ciò nonostante propria della tradizione liberista in cui Epstein si inserisce) ed invece tende a prediligere il ricorso a normative pubblicistiche, ma stabili.

Gran parte del volume è dedicata a una analisi delle cause che hanno profondamente scosso l’industria farmaceutica americana. Il liberista Epstein, paradossalmente, si trova a difendere la Food and Drug Administration rispetto alle accuse di inaccuratezza nel processo di autorizzazione e di mancanza di adeguati controlli preliminari.

Pragmaticamente Epstein è conscio delle diverse reazioni da parte dei malati a diverse terapie. Per questo propone elasticità rispetto all’autorizzazione, per i casi nei quali un nuovo farmaco può salvare un’esistenza: nella consapevolezza, però, che i processi di assunzione del rischio da parte del malato debbano essere i più chiari possibile.

Ad inizio volume Epstein si interroga sul perché oggi i risultati della ricerca siano molto meno esaltanti che in passato. La sua risposta è in parte legata alla natura delle patologie che ci affliggono, in parte invece alla catena di incentivi con cui gli operatori economici debbono confrontarsi. Il punto di vista di Epstein è che, in qualche modo, la richiesta di maggiore regolamentazione e di minori tutele brevettuali incroci un avversario già debole, che sta già pagando lo scotto di una tutela insufficiente dei suoi diritti di proprietà intellettuale, di regole troppo restrittive e (negli Stati Uniti) di un sistema giudiziario impazzito.

Il sottotitolo dell’edizione italiana è molto efficace nel trasmettere sinteticamente la prognosi del libro: “come una regolamentazione eccessiva mette a rischio le medicine del futuro”.

La parte centrale del lavoro è dedicata al tema dei diritti di proprietà intellettuale. Epstein rammenta come la conoscenza versi sempre in un regime parzialmente proprietario e parzialmente di commons. L’equilibrio fra i due è “un po’ arte e un po’ scienza”, ma garantisce risultati migliori di quelli altrimenti ottenibili. In particolare, Epstein sottolinea come un’eccessiva fiducia nell’interazione fra settore pubblico e comunità scientifica porterebbe verosimilmente allo spreco di numerose opportunità e risorse.

Nel complesso Overdose è un libro stimolante e anomalo, che stupisce per l’applicazione di concetti generali, mutuati dal diritto romano così come dalla tradizione filosofica liberale, ad un campo così apparentemente specifico come la farmaceutica. (ML)

Da Care, gennaio-febbraio 2008
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