I rischi della "rupture" veltroniana su sanità e concorrenza
Qualsiasi cosa si pensi della leadership di Veltroni, mi sembra che vada rilevato come - pur avendo egli la reputazione di un politico molto “gommoso” rispetto alle varie istanze della sua parte - stia compiendo una meritoria operazione di rottura…
Qualsiasi cosa si pensi della leadership di Veltroni, mi sembra che vada rilevato come - pur avendo egli la reputazione di un politico molto “gommoso” rispetto alle varie istanze della sua parte - stia  compiendo una meritoria operazione di rottura. La “rupture” veltroniana si è vista nella scelta di costruire un partito “a vocazione maggioritaria” (per quanto gravato dal fardello Di Pietro), e continua ad emergere man mano che escono i nomi dei candidati del PD. L’operazione-Ichino è solo maquillage? Può darsi, ma il segnale politico resta forte (come ha ricordato su queste colonne anche Giuliano Cazzola).

Dal punto di vista dei principi, il programma democratico “istituzionalizza” la rottura almeno da tre punti di vista. In primo luogo, “sottraendo alla destra” le parole d’ordine della sicurezza e della riduzione delle imposte. In secondo luogo, investendo sul merito “primo principio di equità”. In terza battuta, accettando la visione per cui l’onere della prova sta allo Stato, quando restringe le libertà economiche, e non viceversa.

Stante questa positiva novità, è chiaro che neanche all’estensore del programma, un politico liberale ed intellettualmente onesto come Enrico Morando, è dato di fare miracoli. Il diavolo sta nei dettagli e l’Occidentale ha già catalogato molte demoniache presenze.

Una segnalazione ulteriore meritano forse due punti, la sanità e la concorrenza.

Rispetto alla sanità, il PD di fatto non produce risposte significative. Le proposte hanno lo stesso sapore di quelle avanzate, a tale proposito, nella bozza di documento programmatico del Pdl, uscita qualche giorno fa su Libero. Si parla di valorizzazione dell’ssn, di lotta alla persistente diseguaglianza nell’erogazione dei servizi da regione a regione (i lea restano sulla carta), di superamento delle liste d’attesa. Tutte splendide cose. Ma se non si parte dalla constatazione che siamo un Paese in rapido e vistoso invecchiamento, e che la domanda di prestazioni sanitarie di qualità sarà sempre più diffusa tanto più invecchia la popolazione, si va poco lontano. Da quel punto di vista, la spesa privata andrebbe vista non come una falla da tamponare (il “secondo pilastro” del “Fondo odontoiatrico”), ma come una salutare abitudine, rivelatrice delle deficienze che i suoi utenti identificano molto bene, nel preteso “secondo miglior sistema sanitario al mondo”.

Rispetto alla concorrenza e al mondo delle imprese, mentre è evidente che c’è una migliore comprensione del funzionamento e dei valori del mercato di quanta ve ne sia mai stata, a sinistra, è difficile evitare l’impressione che si miri a costruire un “capitalismo dal volto umano”. Come si debba fare la plastica facciale al capitalismo italiano, è presto detto: usando la forza della legge.

Si farà “una legge all’anno sulla concorrenza”. Non solo è paradossale volere costruire il mercato (che è “ordine spontaneo”) a colpi di legge, ma lo è doppiamente “pianificare la concorrenza”: ne parleremo una volta l’anno.

Altrettanto rivelatore è il paragrafo intitolato alla “democrazia economica”. Qui al capitalismo si vuole rifare non solo la faccia, ma anche apparato digerente e apparato respiratorio. Si parla di “partecipazione” dei lavoratori ai profitti e in realtà alla gestione delle imprese: attraverso la creazione di un mercato di capitali “da lavoro dipendente” e l’adozione su larga scala di forme di governance duale. Che in Italia anche i lavoratori diventino risparmiatori più oculati e consapevoli è assolutamente auspicabile. Perché però questo dovrebbe coincidere, con l’investimento del loro risparmio nelle stesse ditte in cui lavorano? Non ci si va a mettere in un conflitto d’interessi, fra l’altro suggerendo al pubblico che diversificare il rischio non è poi così importante? Non è prioritario  che i soldi dei lavoratori siano gestiti meglio, piuttosto che impiegati nelle aziende patrie?

In secondo luogo, si raccomanda la diffusione del ricorso alla “responsabilità sociale d’impresa”. Come dire che il governo consiglierà alle imprese di fare le buone. Sta al ministro delle attività produttive prestarsi a fare il consigliere spirituale degli imprenditori? E se capitasse che le pratiche consigliate dalla “corporate social responsibility” sono in tensione con una maggiore redditività, da che parte staranno i paladini della democrazia economica? Da quella dei lavoratori-eventualmente anche azionisti, o da quella di un’astratta “responsabilità sociale”?

Da L’Occidentale, 29 Febbraio 2008
Privacy Policy
x