L'ira antispot di certa stampa genera soltanto mostri
Troppa pubblicità e troppo poca ricerca? Secondo Repubblica, è questo il cancro che rovina l’industria del farmaco. Nel suo j'accuse, Elena Dusi citava uno studio di due ricercatori dell´ università del Québec (Montreal)…
Troppa pubblicità e troppo poca ricerca? Secondo Repubblica, è questo il cancro che rovina l’industria del farmaco. Nel suo j'accuse, Elena Dusi citava uno studio di due ricercatori dell’università del Québec (Montreal), Marc-André Gagnon e Joel Lexchin, secondo cui nel 2004, le aziende farmaceutiche americane hanno speso 57,5 miliardi di dollari per la promozione dei loro medicinali, contro i 31,5 miliardi investiti in ricerca e sviluppo di nuovi prodotti. “In euro la cifra si traduce in 39 miliardi contro 21,4 ed è indice di cattiva salute”.

Dando un’occhiata più da vicino allo studio, però, viene difficile prenderlo per oro colato. Le due principali voci di costo indicate per le spese di promozione sono infatti la distribuzione di campioni gratuiti ai medici (che conta per il 27,7% del totale delle spese promozionali) ed il “detailing”, cioè il complesso di tutte le uscite necessarie per raggiungere la rete di vendita: il 35,5%.
Ora, l’articolo della Dusi (e lo studio) avevano sostanzialmente lo scopo di evidenziare un comportamento improprio, sul confine della corruzione, da parte delle aziende del farmaco. Ma di fatto finiscono per spacciare attività che sono invece necessarie semplicemente per arrivare in farmacia, per un eccesso di marketing presso i dottori.
Inoltre, sui 57,5 miliardi di dollari citati prima, 14,4 vanno sotto la voce “promozione non monitorata”: una zona grigia composta di spese fantasma, ma che secondo Gagnon e Lexchin “esistono”, e di cui i due autori sono convinti di fornire “una stima affidabile”. Un po’ vaga, come analisi.

Scremando i dati da queste ambiguità, la spesa promozionale totale si riduce dell’88,2%. E, se si guarda il dettaglio, le uscite per la pubblicità diretta al consumatore (che pure negli Usa vien aggressivamente additata, dai suoi critici, come “marketing sprecone” delle imprese) sono attorno al 7%. In inserzioni sulle riviste mediche, se ne va lo 0,9% del totale conteggiato.
L’impressione è che davvero lo studio, come nota l’ex commissario della Food and Drug Administration Peter Pitts, definisca “promozione qualsiasi cosa che non è ricerca o attività di amministrazione” - dando pertanto un’impressione irrimediabilmente falsata.

Visto da vicino, allora, lo scandalo è ben poca cosa. Certo, serve a continuare ad alimentare lo spauracchio della corruzione medica. Solo che non accerta responsabilità, e non trova neppure indizi.

Da Libero Mercato, 10 gennaio 2008
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