Ma l'apartheid per i tabagisti non è liberale
Con l’anno nuovo, anche la Francia avrà la sua legge Sirchia - ma verrà introdotta con un giorno di tolleranza, graziando ai fumatori il capodanno, come ultimo desiderio prima della condanna…
Con l’anno nuovo, anche la Francia avrà la sua legge Sirchia - ma verrà introdotta con un giorno di tolleranza, graziando ai fumatori il capodanno, come ultimo desiderio prima della condanna.
Sul fumo, la storia è andata in onda all’incontrario. Dall’assolutismo in qua, di solito sono i cugini d’Oltralpe ad introdurre nuovi vincoli alla libertà personale. Noi andiamo a rimorchio.
Stavolta, invece è stata l’Italia a stupire il mondo con l’unica norma che sia gioisamente obbedita su tutto il territorio nazionale. L’apartheid dei fumatori, fortissimamente voluta dal ministro Girolamo Sirchia, è finita per piacere agli stessi ostracizzati. Sindrome di Stoccolma. La sigarettina consumata a zero gradi, sulla soglia del ristorante, tempra le difese immunitarie al raffreddore e funziona da miccia di socializzazione. Si sviluppa una sorta di complicità fra paria, nel segno della comune appartenenza a un popolo maledetto.
La legge in Francia entra in vigore il primo gennaio, anno secondo dell’era Sarkozy, ma fra la mezzanotte e la mattina dell’uno non ci saranno controlli - il che effettivamente, come ha detto la ministra Bachelot, si può definire “tollerante”, nel Paese della ghigliottina intesa non nel senso di tagliasigari. In realtà, i francesi hanno finora beneficiato di un regime straordinariamente liberale, perché la cultura delle cose ogni tanto si impone sulla cultura delle idee: il fumo era talmente presente nel vissuto del popolo, da non indurre in tentazione la sua animaccia dirigista. Ora i commentatori diranno che si va verso una “joie de vivre” riveduta e corretta, come per noi avevano scritto che finiva la dolce vita. La determinazione calvinistica di chiudere a chi fuma i ristoranti non si addice a latini poco avvezzi alla contrizione e all’autocontrollo. Così, almeno, pensa il mondo. Ma ingrigirsi è facile.
Non che non ci sia il problema - ma è questione che anziché col vocabolario pseudo-scientifico del “fumo passivo”, andrebbe più utilmente declinata secondo i parametri antichi dell’educazione. L’odore lercio della nicotina è fastidioso, e chi non lo sopporta ha tutto il diritto di non volerlo subire. Tuttavia, siccome non di locali “pubblici” (ovvero di proprietà dello Stato) ma “aperti al pubblico” (e pur sempre privati) stiamo parlando, la soluzione ragionevole e pertanto scartata sarebbe stata lasciar fare ai proprietari. Lasciar regolare al mercato il flusso della clientela che ciascuno vuole e desidera, tabaccofila o tabaccofoba che sia. Incentivando al limite la possibilità di creare luoghi separati, per chi fuma e chi no, sotto lo stesso tetto, possibilmente senza richiedere ai ristoratori di vendere un rene per coprire i costi necessari alla messa a norma del locale.
E’ però davvero improbabile che a dare lezioni di rispetto dei diritti individuali, siano Paesi in cui l’individuo è nessuno, quando realtà di più antica civilizzazione liberale hanno riscritto le tavole dei diritti dell’uomo definendo l’uomo come uomo non fumatore.
La società è aperta, la cultura è relativista, ma il fumo è un nemico assoluto. Forse perché è un’abitudine così sconsolatamente borghese, un peccato così banale, un piacere tanto egoista e gretto da non potere avere altra dimensione che quella individuale, da stare agli antipodi dei vizi ora socialmente ammessi e celebrati, per cui bisogna essere in due quando va male.
Resta vero del fanatismo quanto ne diceva un francese, Voltaire: le leggi non valgono nulla contro questa peste dell’anima. Anzi, ne sono subito infettate.

Da Libero, 29 dicembre 2007
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