L’overdose di norme è il residuo di un’altra epoca
…Come ha scritto il giurista americano Richard Epstein, a Roma per presentare il suo libro “Overdose” pubblicato dall’Istituto Bruno Leoni, “l’innovazione è destinata a essere più lenta…
L'industria farmaceutica chiede meno leggi e più controlli. Cioè, non ha paura di essere assoggettata a verifiche rispetto alle norme esistenti: quello che teme è la confusione, l’opacità, l’assenza di stabilità e dunque di prevedibilità delle regole. E’ quanto emerso dal convegno promosso martedì da Farmindustria. Al centro dell’analisi, dunque, stavano essenzialmente due temi: l’enforcement delle leggi e le condizioni entro cui l’industria si muove. Per quanto attiene alla prima questione, gli esperti (tra gli altri era presente il comandante dei Carabinieri per la tutela della salute Saverio Cotticelli) hanno delineato un quadro assai complesso, nell’ambito del quale giocano un ruolo cruciale la capacità di tenere sotto controllo fenomeni come il commercio parallelo di farmaci, cioè l’importazione di medicinali da quei paesi dove sono venduti a un prezzo inferiore. Se si tratta di una pratica in sé legittima e anzi incoraggiata dall’Unione europea come mezzo per contenere i costi della sanità, l’allungamento del percorso dal produttore al paziente apre numerose falle potenziali, entro cui possono introdursi farmaci contraffatti, e dunque privi di garanzie sotto il profilo della sicurezza.
Se questo è il quadro, occorre rendere più agevole la cooperazione tra l’industria farmaceutica e lo stato, nel doppio ruolo di regolatore del settore e di principale acquirente. “Troppe leggi – ha detto il capo dei farmaceutici, Sergio Dompé – nella stessa materia, magari di fonte diversa, aumentano l’area interpretativa rallentando l’attività imprenditoriale”. Una burocrazia troppo invasiva costituisce anche un costo: nel 2006, ha sottratto alle attività produttive in senso stretto una cifra pari al 4,6 per cento del pil, richiedendo in media 90 giorni all’anno. “Il sistema nel suo complesso – ha aggiunto Dompé – è ancora troppo lento, poco reattivo, con aree vaste di deresponsabilizzazione nelle quali cittadini e imprese rimangono non raramente invischiati”.
Il tema è serio perché le risorse assorbite da procedure spesso ripetitive o ridondanti sono sottratte ad altre attività, prima tra tutte l’innovazione. Come ha scritto il giurista americano Richard Epstein, a Roma per presentare il suo libro “Overdose” pubblicato dall’Istituto Bruno Leoni, “l’innovazione è destinata a essere più lenta di quanto non avverrebbe in un sistema meno regolamentato”.
Si sono collocati su questa falsariga pure gli interventi dei politici presenti, Antonio Tomassini (Forza Italia) e il ministro della Salute Livia Turco. Tomassini ha riconosciuto come, negli ultimi anni, il settore farmaceutico sia stato troppo spesso considerato come una fonte di facile gettito fiscale, al punto da essere stato ingiustamente penalizzato. Un mezzo per evitare le distorsioni causate da un livello dei prezzi eccessivamente basso, è quello di un possibile incremento del premium price, cioè l’attribuzione temporanea di un premio sul prezzo dei farmaci innovativi.
Secondo il ministro Turco, quello di più controlli e meno leggi è “un principio assolutamente condivisibile, fermo restando che il farmaco rappresenta un bene di salute e, come tale, deve essere garantito facendo sì che il processo di sburocratizzazione non abbassi il livello di qualità del sistema”. La titolare della Salute ha ricordato che l’Agenzia del farmaco ha già avviato un alleggerimento dei processi amministrativi, a cui fa fronte un potenziamento dei controlli. Quello che nella sostanza è emerso è l’esigenza di un rapporto più leale tra lo stato e l’industria: “Per rendere più efficiente la nostra pubblica amministrazione è necessario avere metà delle leggi, un quarto delle possibili interpretazioni e il doppio dei controlli”, ha detto Dompé citando i dati della Commissione europea, secondo cui l’adozione di una regolazione razionale e la riduzione degli oneri amministrativi del 25 per cento farebbe salire il pil dell’1,5 per cento.
Senza danneggiare la sicurezza dei prodotti ma accelerando l’innovazione.

Da Il Foglio, 30 novembre 2007
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