Un'assistenza troppo 'comunistica'
Ripubblichiamo lo stralcio di un articolo scritto da Bruno Leoni per "Il Sole-24 Ore" il 4 gennaio 1967, e ristampato in Collettivismo e libertà economica. Editoriali militanti (1949-1967), libro di prossima uscita…
Il ruolo del mercato nella sanità: l'articolo di Leoni pubblicato sul Sole 24 Ore del 4 gennaio 1967.

Ripubblichiamo lo stralcio di un articolo scritto da Bruno Leoni per "Il Sole-24 Ore" il 4 gennaio 1967, e ristampato in Collettivismo e libertà economica. Editoriali militanti (1949-1967), libro di prossima uscita nella collana "Mercato, diritto e libertà" dell'Istituto Bruno Leoni. L'articolo è stato riproposto da Il Sole 24 Ore, per ricordare il quarantesimo anniversario della scomparsa di Bruno Leoni.

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Di tempo in tempo udiamo i dirigenti degli istituti di assistenza rivolgere patetici appelli alla “coscienza” dei medici, a quella dei mutuati, degli amministratori degli ospedali, dei produttori di farmaci e dei farmacisti. Questi appelli trascurano il fatto che gli uomini in generale non sono né del tutto buoni (come vorrebbero taluni filosofi), né del tutto cattivi (come vorrebbero taluni altri), ma tendono ad essere più o meno previdenti, più o meno coscienziosi e più o meno curanti del costo delle proprie soddisfazioni a seconda del sistema in cui si trovano ad operare: qualunque avaro può diventare prodigo se sa che nessuno gli presenta il conto delle spese; qualunque “onesto” può diventare disonesto se si tratta, come diceva Machiavelli, di spendere non già “del suo”, ma “di quel d’altri” o se almeno egli ha l’illusione che ciò avvenga.

Sono state proposte molte e parziali correzioni del “sistema”: unificare gli enti, semplificare i metodi di pagamento dei contributi, distinguere tra prestazioni “essenziali” e prestazioni “secondarie”, far pagare un tanto ad ogni ognuno dei “beneficiari” quando va dal medico o dal farmacista, e persino abolire le spese di promotion dei medicinali per ridurre il costo di questi ultimi. Alcuni di questi rimedi – come l’unificazione degli enti – aggraverebbero probabilmente i mali. Altri potrebbero avere indubbi effetti benefici. Purtroppo nessuno di essi elimina i difetti di costruzione della macchina, e quindi quelli inevitabili del suo funzionamento.
Il solo criterio sensato di una riforma che consenta di ricostruire la “macchina” è – a nostro parere – quello di eliminare l’idea “comunistica” che sta alla base del sistema. E poiché non vi è altro mezzo per eliminare l’idea comunistica che quello di ripristinare il mercato, non resta che tornare ad un “sistema” di mercato.

Ciò comporta anzitutto l’abolizione, fin dove possibile, dell’obbligatorietà del contributo. Per coloro che hanno redditi superiori ad una certa “soglia” (che potrebbe determinarsi sperimentalmente a partire da una data cifra) dovrebbe stabilirsi l’esenzione totale del contributo obbligatorio: si deve infatti presumere che almeno costoro abbiano i mezzi e la previdenza necessaria per far fronte ai rischi improvvisi di malattia, ad esempio assicurandosi privatamente contro tali rischi, ovvero accantonando somme sufficienti a coprire le spese eccezionali relative.
Per gli altri, il problema è soprattutto educativo. È infatti chiaro che, nonostante l’illusione “contributiva” – tutti costoro pagano, in un modo o nell’altro, e quanto meno vi pensano, le spese del sistema. Ciò premesso occorrerebbe almeno “sensibilizzare” queste persone ai costi dell’assicurazione contro le malattie, facendo loro pagare almeno una quota sostanziale dei contributi relativi. Si badi che non è affatto necessario colpire a questo scopo i lavoratori dipendenti (o i loro datori di lavoro) più di quanto siano già colpiti attualmente: basterebbe – per cominciare – che i datori di lavoro corrispondessero ai lavoratori sotto forma di salario la maggior quota di contributo che verrebbe addossata a questi ultimi.

A questo scopo, dovrebbe anzitutto concedersi ai “beneficiari” ancora obbligatoriamente assicurati la possibilità di impiegare la propria quota contributi, e quella corrispondente ancora addossata al loro datore di lavoro, nel pagamento di un premio da pagarsi alla compagnia assicuratrice che credono, in base ad un contratto di assicurazione malattia, anch’esso da scegliersi (obbligatoriamente) dai “beneficiari” in una rosa di contratti-tipo idonei a coprire i rischi malattia più ragionevoli.
In tal modo, i “beneficiari” diverrebbero e saprebbero di diventare dei veri “assicurati”, non solo perché pagherebbero essi stessi – in modo evidente – una parte sostanziale del premio, ovviamente uguale per tutti a parità di copertura, ma anche perché avrebbero il diritto di scegliersi, almeno entro certi limiti, il contratto d’assicurazione e la compagnia assicuratrice che credono. Le compagnie (italiane e straniere) si adeguerebbero immediatamente al gioco, gareggiando infine, come sempre avviene sul mercato (e nonostante ogni possibile cartello) nel fornire la massima copertura. Ciò andrebbe ovviamente a tutto beneficio degli assicurati, i quali non soltanto non pagherebbero all’inizio, per il nuovo sistema, una lira in più di quanto pagano con l’attuale, ma pagherebbero poi, presto o tardi, per effetto del mercato, un “premio” minore per coperture maggiori.
Si dirà: e gli enti?
A nostro modesto avviso, gli enti dovrebbero trasformarsi in compagnie di assicurazione operanti su basi commerciali, e in concorrenza leale con tutte le altre compagnie.
Se ciò comporterà, come è probabile, una riduzione del personale di tali enti, sarà allora sempre più vantaggioso collocare in pensione a pieno stipendio (almeno per un periodo di “riadattamento”) il personale che verrà licenziato, anziché tenere in servizio tutto il personale dell’ente e lasciare che quest’ultimo continui ad accumulare – come oggi avviene – un deficit di bilancio dell’ordine annuo di molte decine di miliardi, a fronte (ciò che è assai più grave) di altre centinaia di miliardi sprecati in prestazioni sanitarie superflue.

A conti fatti, le spese di pensionamento del personali degli Enti (spese che risulterebbero ovviamente dell’ordine di qualche decina di miliardi annui) sarebbero sopportabili e sopportate con piacere – a fronte dei risparmi – dagli stessi assicurati, dai loro datori di lavoro e dai contribuenti: purché – beninteso – venisse fissato una volta per tutte il limite e il termine massimo per tali spese, e tale limite e termine fosse realmente adeguato al fabbisogno, e non diventasse un pretesto per imporre nuove taglie del tipo… “pro Calabria”.
Si dirà: tutto ciò è più facile a dirsi che a farsi. Giustissimo. Tutti sarebbero soddisfatti (persino i medici, ai quali, già che si siamo, si potrebbe corrispondere, per un certo periodo, una buona uscita rateata a titolo di indennizzo per i diminuiti guadagni!). Tutti, tranne certi “politici”. Come faranno infatti costoro a collocare ancora se stessi e i propri favoriti negli enti, onde percepire facili prebende per sé e per i loro partiti?

Confessiamo che questa è una… falla nella nostra proposta. Ma forse la si potrebbe chiudere stabilendo, anche per questi politici, una specie di buona uscita!
Sarebbe sempre vantaggioso, purché il “comunismo assistenziale” finisca una buona volta, e finisca con esso la spirale rovinosa che minaccia di sconvolgere – con le centinaia e le miglia di miliardi buttati al vento – l’intera nostra economia.

Da Il Sole 24 Ore, 21 novembre 2007
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