Lo sciopero dell’Aulin val bene una liberalizzazione
Di tutte le iniziative prese per contrastare i processi di liberalizzazione, di tutti gli arrocchi delle corporazioni, lo “sciopero” preannunciato dai farmacisti per il prossimo 19 novembre è forse quello che più ha destato scandalo…
Di tutte le iniziative prese per contrastare i processi di liberalizzazione, di tutti gli arrocchi delle corporazioni, lo “sciopero” preannunciato dai farmacisti per il prossimo 19 novembre è forse quello che più ha destato scandalo. I tenutari di farmacia faranno pagare ai cittadini anche i prodotti a carico del servizio sanitario nazionale. Una forma estrema di protesta, minacciata contro una norma del terzo decreto Bersani, che il radicale Sergio D’Elia è riuscito a far inserire nel testo, che renderebbe possibile vendere i medicinali di fascia “C” (su ricetta, ma a carico del cittadino) anche nei “corner” del farmaco nei supermercati.

È giusto chiarire che non vi sono argomenti razionali, per opporsi all’emendamento D’Elia. Nei “corner” della grande distribuzione, un farmacista è sempre presente. E’ un impiegato, non il proprietario del supermercato. Ma la sua capacità di assistere il paziente-consumatore è certificata dallo stesso strumento, usato per accertarsi delle competenze del collega “infeudato”: la laurea in farmacia. Quella di Bersani- D’Elia è una liberalizzazione autentica. Abbasserebbe i prezzi? Probabilmente, ma non è il punto. Ampliando i canali distributivi dei medicinali di fascia C, avvicinerebbe domanda ed offerta e rosicchierebbe gli effetti di un monopolio odioso. Quello della corporazione dei farmacisti, che nega a colleghi che hanno completato lo stesso addestramento professionale, di avviare un’attività, imprenditoriale, di farmacia.
Secondo il metro liberista, è chiaro dove stia la ragione e dove il torto. Solo che i farmacisti protestano perché l’emendamento D’Elia manda gambe all’aria un patto da loro informalmente siglato col governo. Conterebbe poco, il dettaglio, se a loro volta i dettagli del patto non fossero paradossalmente più interessanti di questa forzatura parlamentare.

Grazie alla pistola fumante del primo decreto Bersani, la corporazione dei farmacisti pare finalmente avere compreso un dato di fatto: che, cioè, nel medio periodo l’alternativa sarà fra la sopravvivenza della farmacia come esercizio commerciale, e la sua scomparsa. Incancrenirsi a difendere se stessi come “presidio del sistema sanitario nazionale” gli è servito a poco. E non solo perché abbiamo un governo che nella gdo ha alleati importanti. Soprattutto perché i consumatori poco sanno di economia del farmaco, ma capiscono bene prezzi più bassi, ed un’offerta più a portata di mano. E’ per questo motivo che corner e parafarmacie hanno avuto un successo notevole: l’aumento nell’acquisto di medicinali da banco non rispecchia un attacco collettivo di ipocondria, ma una risposta razionale all’abbassamento dei prezzi.

Ora, Federfarma si è avvicinata al governo con un progetto a più tappe che contempla una piccola grande rivoluzione, per la filiera del farmaco. Chiedono l’abolizione del requisito del numero minimo di abitanti per aprire una farmacia, in caso quella più vicina sia difficilmente raggiungibile (pur puntellandosi con un criterio “chilometrico”: l’esercizio più vicino dovrebbe essere almeno a un chilometro e mezzo). Possibilità di aprire nei micro-comuni per tutti, non solo per i dispensari di una farmacia nella cittadina attigua; libertà di aprire negli aeroporti, negli autogrill, nelle stazioni ferroviarie, nei centri commerciali. Riduzione del numero di abitanti necessario per aprire una farmaci, liberalizzazione degli orari di lavoro, snellimento delle modalità di assegnazione di 2000-2200 nuove licenze (che andrebbero a nuovi titolari). Infine, eliminazione, a cura dell’Aifa, dell’obbligo di ricetta medica per i farmaci di uso consolidato e che danno sufficienti garanzie di sicurezza - per ampliare la gamma di medicinali che possono essere venduti nelle parafarmacie e negli iper.
Se il catalogo è questo, anche il mercatista più acceso deve fermarsi un secondo. L’emendamento D’Elia è un singolo passo importante, sicuramente di libertà. Ma qui è in gioco il suo baratto con una riforma complessiva del settore, che accoglie suggerimenti solo ieri patrimonio di una minoranza di inascoltati riformatori.

Che cosa è meglio, per il consumatore? Alla proposta di Federfarma manca una sola cosa, per essere una piattaforma liberista: l’abolizione della pianta organica. Ma non è passo cui si arrivi in un giorno, né che i farmacisti titolari possano ingollare a cuor leggero. In compenso, mettono sul piatto concessioni che porterebbero ad una significativa efficientizzazione del settore. Più farmacie e orari più liberi per i consumatori. Persino più prodotti al supermercato.
Chi ieri ha sostenuto con rigore il primo decreto Bersani, l’ha fatto anche perché pensava che sviluppi di questo tipo fossero impossibili. Ora quel decreto sembra averci portato dove doveva: ad un drastico, e benefico, ripensamento della distribuzione del farmaco. Vale la pena mandarlo a monte, per segnare un punto anticorporativo con l’emendamento D’Elia?

Da Libero Mercato, 14 novembre 2007
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