La salute non si brevetta
Senza un'adeguata infrastruttura sanitaria, l'accesso ai farmaci non è di per sé risolutivo. Se i malati non frequentano medici e ospedali, è improbabile che possano essere curati - non importa chi e a che prezzo produce le medicine.
Don Ciotti e Vittorino Agnoletto sono fra i primi firmatari di una lettera ad Emma Bonino, alla quale è stato chiesto di muovere contro il Commissario Mandelson. Mandelson ha scritto al ministro del commercio tailandese, chiedendo una revisione della politica di concessione di licenze obbligatorie su farmaci brevettati.
Gli autori di questa accorata richiesta al ministro Bonino sembrano avere solidi argomenti. "La decisione di applicare la licenza obbligatoria", scrivono, si basa sulla volontà di "assicurare l'accesso ai suddetti medicinali a quella parte di popolazione che vive in povertà e sotto il programma sanitario per le fasce più deboli". Del resto, ricordano, "il reddito pro capite tailandese è di 3mila dollari l'anno e l'1,5 per cento della popolazione è affetta da Aids".
La Bonino ha licenziato una risposta garbata, uscita su Unità e Liberazione. Il ministro ha sottolineato come l'unico farmaco al quale Mandelson ha fatto espressamente riferimento sia un "anticoagulante destinato a curare malattie cardiache non trasmissibil che non rientra nei cosiddetti 'farmaci salvavita'". E ha anche difeso l'operato del commissario europeo, spiegando con pacatezza che "ricorrere all'uso di licenze obbligatorie per una questione meramente relativa al prezzo del medicinale costituirebbe in realtà un precedente suscettibile di minare il sistema dei brevetti, e quindi di disincentivare fortemente gli investimenti in ricerca e sviluppo".
Tutti noi siamo consapevoli che esiste una gerarchia dei diritti, e che parlare di proprietà davanti alla morte, per giunta di una proprietà intangibile e distante come quella delle idee che stanno a monte di un farmaco, viene facilmente derubricato a cinismo.
Tuttavia, mai come in questi casi è importante guardare alla luna e non solo al dito. La difficoltà nell'accesso ai farmaci è parte del problema: non è tutto il problema. La spesa nazionale per la sanità in Tailandia conta per il 3,3% del PIL (in Cina è il 5,6%, in Cambogia il 10,9%, in Vietnam il 5,4). Ci sono 0,37 dottori ogni 100 persone (contro l'1,2 delle Filippine).
E' veramente possibile pensare che, in un contesto simile, per avere una società più sana, basti abbassare il prezzo dei farmaci?
Il governo militare tailandese pare essersi ben apparecchiato un'insperata sponda in Occidente. L'ha coltivata presso le organizzazioni umanitarie, offrendosi come staffilatore di "Big Pharma". Quando alcune imprese farmaceutiche hanno fatto sapere che non avrebbero continuato ad esportare medicinali innovativi fino in Tailandia, c'è stata una generale alzata di scudi. Ed effettivamente non è una bella cosa, levare le cure agli ammalati.
Però forse gioverebbe ricordare pure che il principale beneficiario dello scassinamento della proprietà intellettuale delle avide aziende occidentali, in Tailandia è l'industria farmaceutica di Stato. E gioverebbe riflettere sugli effetti di sistema di provvedimenti come questi.
Senza un'adeguata infrastruttura sanitaria, l'accesso ai farmaci non è di per sé risolutivo. Se i malati non frequentano medici e ospedali, è improbabile che possano essere curati - non importa chi e a che prezzo produce le medicine.
Ma per arrivare ad avere un'adeguata infrastruttura sanitaria, serve un'economia più sana e florida. Gli investimenti stranieri sono fondamentali, per dare impeto alla crescita. Se i diritti di proprietà, in un settore o nell'altro, sono a rischio, capitali e imprese si guardano attorno spaventati.
Le organizzazioni umanitarie sono in buona fede: il loro scandalo, rispetto ai "profitti sulla pelle del malato" è genuino. Ma ridurre tali profitti fa bene al malato, ed alle prospettive di crescita dell'economia in cui vive? La scelta non è solo fra un uovo oggi (farmaci a poco prezzo) e una gallina (la ricerca) domani. La scelta è fra una gallina e un uovo che ci cade per terra. Ogni tanto il cinismo del profitto è più umanitario delle buone intenzioni.

Da Libero mercato, 10 novembre 2007

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