Il principio attivo nella ricetta fa male al mercato della salute
...il problema dei conflitti d’interesse c’è, ma non si capisce perché si dovrebbe risolverlo, caricando tali conflitti sulle spalle dei farmacisti anziché di medici, che fra l'altro sono di più.
Gli emendamenti alla finanziaria sono un minestrone in cui finisce di tutto. Giovedì è passato, alla commissione bilancio del senato, un emendamento di Roberto Manzione (noto per aver  riproposto l’introduzione della class action), per cui il medico di base dovrebbe indicare al paziente il principio attivo, e non il nome del farmaco, per i medicinali di fascia C. In tale categoria, sono inclusi i prodotti farmaceutici a carico del paziente e non rimborsati dal servizio sanitario nazionale - alcuni “da banco”, altri che invece hanno bisogno di prescrizione medica.
Perché scrivere sulla ricetta il principio attivo? I sostenitori di tale proposta di solito puntano in direzione di un risparmio per le casse dello Stato. Non è questo il caso: stavolta, Manzione si propone di produrre un beneficio per i pazienti, che pagano di tasca loro talune medicine, e di ridurre i conflitti d’interesse. Se il dottore indica solo il principio attivo, e non il nome di un farmaco “marchiato”, diminuiscono gli incentivi per le case farmaceutiche, a promuovere i loro prodotti con pratiche sottobanco, del genere divenuto tristemente famoso negli scorsi anni.
Questo ragionamento ha però due grosse falle. Esso sembra prescindere infatti dall’'utilità dei marchi. I marchi non sono un orpello: in un mercato, il marchio conferisce riconoscibilità ai prodotti. Vi è un legame, fra tale riconoscibilità e la reputazione di una azienda. Il marchio è il modo in cui il produttore “ci mette la faccia”.
E’ possibile decidere a cuor leggero di farne a meno, quando si parla di manufatti così delicati come le medicine? Il nome è immediatamente associabile ad un trattamento che si sa essere buono per la propria salute. Il principio attivo è più impervio da pronunciare e più difficile da ricordare. Si dice spesso che il mercato della salute è viziato da forti asimmetrie informative. Perché non si ammette che i marchi sono uno degli strumenti che abbiamo per fronteggiarle?
In seconda battuta, il problema dei conflitti d’interesse c’è, ma non si capisce perché si dovrebbe risolverlo, caricando tali conflitti sulle spalle dei farmacisti anziché di medici, che fra l'altro sono di più. La farmacia è un ambiente commerciale: e pertanto potrebbe rivelarsi non meno, ma più, permeabile a messaggi promozionali. L’esiguità numerica dei rivenditori gioca a loro favore. Giusto l’ottimismo sulla moralità del farmacista - ma perché dovrebbe essere più limpida di quella del dottore?

Da Libero Mercato, 3 novembre 2007

Privacy Policy
x