L'America dei Nobel: più forte dei pregiudizi
L’attribuzione all’italo-americano Mario Renato Capecchi del Premio Nobel per la medicina ha inorgoglito l’intera penisola. Ma non vi è motivo di felicitarsi, perché se questo scienziato ha ottenuto tale riconoscimento lo si deve al fatto…
L’attribuzione all’italo-americano Mario Renato Capecchi del Premio Nobel per la medicina ha inorgoglito l’intera penisola. Ma non vi è motivo di felicitarsi, perché se questo scienziato ha ottenuto tale riconoscimento lo si deve al fatto che fin dall’età di sette anni egli vive oltre Oceano.

Eppure, a detta di molti, la sanità americana sarebbe un disastro. Un recente film girato da Michael Moore ha offerto un’immagine falsata di quel sistema, che molti hanno preso per buona. Ma degli ultimi 25 premi Nobel per la medicina ben 16 sono americani, insieme all’80% delle innovazioni. Questo significa che se i nostri ospedali usano tecnologie molto più avanzate di quelle di quarant’anni fa ciò è in larga misura il risultato dei progressi realizzati negli Usa, dove gli spazi del privato sono maggiori. Chi da anni segue le evoluzioni delle cure su specifiche malattie può facilmente constatare come i progressi registrati anche in Italia sono l’effetto di una costante “importazione" di farmaci e tecnologie.

Dovremmo allora essere più equilibrati e ammettere che le strutture americane (ospedali e università) hanno uno standard superiore a quello europeo. Dovremmo pure sapere che se si prende un campione di francesi e americani, i secondi in media fanno tre volte le angioplastiche e quattro volte i by-pass dei malati francesi. Per uno statunitense medio, ciò che in Europa si garantisce alla popolazione è un’assistenza da Terzo Mondo.

Tutto bene, quindi, nella sanità americana? Proprio no. Pure in America la sanità è malata e la ragione va ricondotta all’invadenza dello Stato, dato che i programmi pubblici sono costosissimi e non restituiscono quanto tolgono (il 7% del pil del paese più ricco del mondo!), mentre una marea di regole impone vincoli ingiustificati. In questo modo, il mercato delle assicurazioni non è aperto come dovrebbe essere. La stessa sanità Usa è quindi affetta da statalismo, e più di quanto non si creda.

In Italia tanti sono inorriditi dal fatto che negli Usa c’è un sistema che accetta l’ineguaglianza: in cui chi non ha i soldi ha meno possibilità di un tycoon di farsi curare. Tale obiezione, però, non riguarda più la sanità, ma la nostra idea di società e libertà individuale. L’opposizione è tra quanti sono disposti a legittimare qualsiasi forma di prelievo fiscale se può aiutare i più poveri; e quanti invece ritengono che ognuno ha il diritto di essere non tartassato, al punto che nessun potere è autorizzato a evocare i meno abbienti per espandere il proprio controllo. Perché la stessa solidarietà non è tale se non è spontanea e volontaria.

Il professor Capecchi ha realizzato studi che hanno aperto nuove strade nella genetica, indirizzando la scienza verso la sconfitta di malattie terribili. Intervistato da una televisione italiana lo studioso ha dichiarato che “un vantaggio degli Stati Uniti è che danno una possibilità ai giovani”. Pensava ai ricercatori, ma lo stesso si può dire per chi soffre di malattie terribili.

Da Il Tempo, 11 ottobre 2007
Privacy Policy
x