Con la sanità privata USA si muore meno
Una fotografia in bianco e nero: da una parte il bene e dall’altra il male. L’America, dove puoi curarti solo se sei ricco e paghi, e l’Europa, o persino Cuba, dove hai diritto ad essere curato “ gratis” quale che sia il tuo conto in banca…
Una fotografia in bianco e nero: da una parte il bene e dall’altra il male. L’America, dove puoi curarti solo se sei ricco e paghi, e l’Europa, o persino Cuba, dove hai diritto ad essere curato “ gratis” quale che sia il tuo conto in banca. Nessun dubbio, nessuna sfumatura in Sicko, il documentario di Michael Moore uscito la scorsa settimana nelle sale italiane.
Intervistato dal Venerdì di Repubblica, il regista così si esprime: “Negli Usa cinquanta milioni di persone, fra cui nove milioni di bambini, non hanno assistenza sanitaria. Per questo, la sanità non dovrebbe produrre profitti”.
Dunque, il problema sarebbero i soldi, la sete di guadagno di assicurazioni ed imprese farmaceutiche i cui interessi verrebbero anteposti ai bisogni delle persone.

Forse, però, la realtà dei fatti è un po’ più complicata e gli europei che guardano con malcelato disprezzo al sistema americano, fondato sui profitti, ne sono, verosimilmente senza saperlo, tra i beneficiari.
Si spende molto in America per la sanità, più che in Europa. Si spende di più perché più alti sono i costi amministrativi del sistema assicurativo e perché più elevati sono i costi associati alle richieste di risarcimenti per i danni arrecati ai pazienti; ma si spende di più anche perché i medici sono meglio pagati, perché si ricevono trattamenti migliori ed in tempi minori: ad esempio, un cittadino britannico spesso deve aspettare due anni per un’operazione di ernia mentre negli Stati Uniti il trattamento viene effettuato in poche settimane. Le liste di attesa più lunghe sono uno dei prezzi che si pagano per non avere un sistema basato sui prezzi: nel caso di malattie per le quali i trattamenti per essere efficaci devono essere tempestivi, il prezzo pagato può essere molto alto.

E si spende di più in America perché i farmaci sono più costosi.
Nel documentario Moore mostra che la stessa medicina necessaria ad alcuni soccorritori delle torri gemelle, venduta negli Stati Uniti a cento dollari, si può acquistare a Cuba per soli cinque centesimi.
Differenze di prezzo, sebbene meno marcate, vi sono anche fra USA e Canada o Europa. Ma qual è la ragione di tale divario? Gli economisti direbbero che si tratta di un caso di free-riding: il portoghese che sale sul pullman senza il biglietto usufruendo di un servizio che sarà pagato dagli altri, siano essi viaggiatori oppure contribuenti.
A causa del controllo dei prezzi dei farmaci esercitato dai governi nazionali, le case farmaceutiche hanno visto drasticamente ridursi negli ultimi decenni i profitti nel mercato europeo.

Al contrario, negli Stati Uniti, i medicinali sono venduti e comprati in un sistema che rassomiglia più da vicino a un assetto di mercato: i prezzi dei farmaci risultano essere di almeno un terzo superiori a quelli europei.
Ed è proprio grazie ai profitti garantiti del mercato statunitense che le aziende farmaceutiche hanno potuto destinare in quel Paese più ingenti risorse alla innovazione: gli investimenti annui in ricerca e sviluppo di nuovi farmaci sono intorno ai 22 miliardi di dollari negli USA contro i 12 miliardi in Europa sebbene quest’ultima abbia un’ economia ed una popolazione di maggiori dimensioni. Nell’ultimo decennio, alcuni tra i maggiori produttori europei, Aventis, Novartis e GlaxoSmithKline hanno portato larga parte delle loro attività oltre oceano. E diciotto degli ultimi venticinque premi Nobel per la medicina sono di origine americana o lavorano negli USA.
Con tali presupposti, non dovrebbe quindi stupire molto il fatto che la maggior parte dei nuovi farmaci vengano sviluppati in laboratori americani: ad esempio, dei diciassette farmaci anti-retrovirali utilizzati nel trattamento dell’AIDS ben tredici sono di origine americana.

Peraltro, se nel medio termine, quando i farmaci vengono resi loro disponibili, gli europei “approfittano” della ricerca sviluppata oltre oceano, nell’immediato sembrano pagare un prezzo per una sanità che si vanta di non fare profitti e per questo è più arretrata rispetto a quella americana:ù. Il tasso di guarigione per una data malattia risulta infatti essere più elevato negli USA che altrove: ad esempio, meno del 20% di cittadini statunitensi cui viene diagnosticato un tumore alla prostata muoiono contro il 25% dei canadesi, il 50% di francesi e tedeschi ed il 57% di britannici. Più in generale, il tasso di mortalità per cancro è molto più basso negli Stati Uniti (196 persone su 100mila) che in Gran Bretagna (235), in Francia (244), in Italia (270) ed in Germania (283).

Dunque, prima di prendersela con i profitti, meglio pensarci due volte.
Il sistema statunitense non è certo perfetto. E non è neppure così “selvaggiamente liberista” come si potrebbe pensare: poveri e anziani godono di un programma di assistenza pubblica che assorbe oltre il 6% del PIL. Gli ospedali non possono negare cure a chi si presenti ad un pronto soccorso con necessità di assistenza immediata.

Molti fra i 50 milioni di americani non assicurati lo sono per brevi periodi e molti altri potrebbero richiedere l’assistenza governativa. Altri preferiscono rischiare e non assicurarsi pur avendo i mezzi per farlo. Non è affatto certo che le cose migliorerebbero aumentando la dose di intervento pubblico nel sistema. Anzi, più mercato potrebbe aiutare: meno regolamentazioni del mercato assicurativo, meno restrizioni nell’accesso alla professione medica, procedure meno draconiane per l’approvazione di nuovi farmaci consentirebbero di ridurre i prezzi dei servizi sanitari e renderli così accessibili ad una più ampia fetta di popolazione senza avere ricadute negative sull’offerta di assistenza e sulla innovazione.

Da Libero Mercato, 4 settembre 2007
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