Il circuito mediatico-giudiziario americano sconfitto sul farmaco Avandia
Via libera all’Avandia, l’antidiabetico della GlaxoSmithKline (Gsk) sospettato di causare attacchi cardiaci. Una commissione di esperti della Food and Drug Administration ha votato 22-1 contro il ritiro dal mercato…
Via libera all’Avandia, l’antidiabetico della GlaxoSmithKline (Gsk) sospettato di causare attacchi cardiaci. Una commissione di esperti della Food and Drug Administration (Fda, il regolatore farmaceutico americano) ha votato 22-1 contro il ritiro dal mercato: le azioni del gruppo inglese hanno guadagnato quasi il 6 per cento. Caso chiuso? Non del tutto. Il parere tecnico della commissione non è vincolante per la Fda, anche se raramente viene disatteso. Inoltre, il panel di specialisti ha riconosciuto l’esistenza di una correlazione tra un uso eccessivo dell’Avandia e l’aumento di rischio di infarti, raccomandando l’inserimento di indicazioni appropriate sull’etichetta. La decisione degli studiosi, quindi, riflette il principio per cui i rischi non vanno minimizzati, ma ottimizzati: teoricamente, si potrebbe bandire l’Avandia e così cancellarne gli effetti negativi su alcuni malati, ma la conseguenza macroscopica sarebbe di privare molti altri pazienti proprio del farmaco di cui hanno bisogno. Il problema sta nel valutare costi e benefici delle alternative disponibili, e scegliere quella più conveniente – nella consapevolezza che neppure essa sarà esente da rischi. D’altro canto, stiamo parlando di una correlazione debole e di un rischio moderato. Il New England Journal of Medicine (la rivista che per prima aveva sollevato dubbi sull’Avandia, a maggio) nello stesso numero in cui chiamava Glaxo sul banco degli imputati, avvertiva nell’editoriale che “la possibilità che le conclusioni riportate siano frutto della casualità non può essere esclusa e correttamente gli stessi autori enfatizzano la possibile 'fragilità' dei loro risultati”.

Questa vicenda riveste un interesse che va al di là del caso puntuale per almeno due ragioni. Anzitutto, mostra quanto profonda sia la sensibilità finanziaria per queste cose. E’ bastato che un articolo sul Nejm gettasse ombra su un farmaco perché non solo si mettesse in moto la macchina della Fda, ma anche i mercati reagissero. Il titolo Glaxo aveva lasciato immediatamente sul terreno l’8 per cento: fino alla scadenza del brevetto nel 2012, Avandia avrebbe dovuto portare il 10 per cento delle vendite e il 20 per cento dei profitti ante-imposte alla compagnia. Questo suggerisce che le imprese, soprattutto in un settore delicato come quello farmaceutico, vadano coi piedi di piombo, perché qualunque errore o svista potrebbe avere pesanti ripercussioni economiche.

Il secondo tema ha a che fare col principio di precauzione e l’uso politico che si può fare di conoscenze scientifiche le quali, di per sé, sono neutre. Confondere la giusta indagine degli studiosi sui farmaci – di cui si possono scoprire effetti collaterali negativi ma anche positivi, per esempio nuovi impieghi – con un “al lupo al lupo” significa tradire la missione delle pubblicazioni scientifiche. Dice Peter Pitts, ex commissario Fda e oggi direttore del Center for Medicine in the Public Interest: “lo studio sull’Avandia mostrava solo che un uso eccessivo può causare effetti collaterali. Non c’è nulla di strano: tutti i farmaci hanno dei rischi, accanto ai benefici, specie se impiegati in misura esagerata. Quello che mi preoccupa è che le ragioni della politica possano avere il sopravvento su quelle della salute pubblica”. Subito dopo la pubblicazione dello studio del Nejm importanti esponenti politici americani (come il democratico Henry Waxman, presidente della commissione di controllo sulla spesa pubblica federale) hanno messo nel mirino la Fda, chiedendo un giro di vite nei processi autorizzativi. In verità, quello che emerge da questa storia è proprio che i meccanismi di autorizzazione sono robusti e, a monte, le aziende stanno attentissime a non fare passi falsi. Negli Stati Uniti, poi, c’è un ulteriore problema: le cause di massa. Da un certo punto di vista, le vere locuste sul mercato americano sono quegli studi legali che si sono specializzati nelle azioni di gruppo a nome dei consumatori, appigliandosi a ogni spiraglio di dubbio per dedurne la malafede delle imprese. Il risultato è che il rischio-paese americano è oggi considerato molto alto, e l’unica risposta che pare emergere è la richiesta di limiti all’entità delle compensazioni che i presunti danneggiati possono ottenere. Il caso scuola è quello dell’industria del tabacco – letteralmente massacrata – ma anche l’industria farmaceutica e quella energetica hanno seri problemi di stabilità finanziaria e, ancor più rilevante, di imprevedibilità dell’ambiente in cui si trovano a operare.

Nel caso della ricerca farmaceutica, questi temi si saldano anche a causa di un doppio pregiudizio: che i profitti siano quasi immorali; e che il livello di rischio accettabile debba essere prossimo allo zero. In realtà si tratta di due miti che è nell’interesse pubblico sfatare. Senza il movente del profitto, difficilmente può esserci innovazione. Ed è la stessa struttura di incentivi economici a scoraggiare l’assunzione di rischi eccessivi: come la vicenda di Glaxo con Avandia insegna, per subire pesanti bastonate dal mercato non serve sbagliare, basta il sospetto.

Da Il Foglio, 2 agosto 2007
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