Alla fine nessuno toccherà il rimborso dei farmaci
Come possa incidere, il tavolo sulla spesa farmaceutica voluto dal ministro Turco, nel quadro dell’imminente esplosione di una delle peggiori crisi politiche della storia di questo Paese, non è dato sapere…
Come possa incidere, il tavolo sulla spesa farmaceutica voluto dal ministro Turco, nel quadro dell’imminente esplosione di una delle peggiori crisi politiche della storia di questo Paese, non è dato sapere. Nei momenti di maggiore criticità, la politics va inevitabilmente ad oscurare le policies.

Però, la necessità di una ristrutturazione del comparto farmaceutico è sempre più sentita, e solo per assoluta miopia si potrebbe andare avanti con regole che riusciranno assieme a non tutelare il bisogno di rigore nella spesa, e a guadagnarci una prevedibile emorragia di investimenti in ricerca.

Da quanto è dato di sapere, i lavori del “tavolo” partono da una constatazione: che, cioè, per le imprese del farmaco sia preferibile il meccanismo del “pay back” (del rimborso rispetto allo sforamento di spesa) piuttosto che una generalizzata riduzione dei prezzi ad opera dell’AIFA, l’agenzia italiana del farmaco. 

Già la Finanziaria del 2007 aveva introdotto misure di pay back alternative all’abbassamento dei prezzi. Questa strategia sarebbe preferibile, agli occhi delle aziende, perché di un provvedimento temporaneo e non strutturale si tratta.  Inoltre, abbassando i prezzi dei medicinali in Italia si crea un meccanismo per il quale questi tagli si riflettono sui prezzi dei farmaci all'estero; infatti, i distributori che operano in mercati con prezzi più alti hanno un incentivo ad acquistare i farmaci in Italia e a rivenderli nel proprio Paese.
Agli occhi di un osservatore esterno, quella del pay back sembra un po’ una partita di giro: io Stato mi impegno a non tagliare a te azienda i prezzi (e quindi i margini e sperabilmente i profitti), se tu ti impegni a restituirmi parte di una eventuale “spesa in eccesso”. Spesa in eccesso rispetto a che cosa? Rispetto ai parametri fissati a priori dallo Stato stesso (in particolare, dall’agenzia del farmaco), e che le Regioni tendono a non rispettare.

Cosa fa un buon padre di famiglia innanzi ad un deficit che si ripete nel tempo? Si chiede come mai si ripresenti, e cerca di porvi rimedio in modo strutturale e serio. Lo Stato non è un buon padre di famiglia, e nonostante la risposta al fatidico interrogativo (“perché?”) sia  nota (l’invecchiamento della popolazione e quindi lo sviluppo di una domanda vieppiù importante di trattamenti e medicinali),  esso evita di mettersi in condizione di trarne le conclusioni dovute. Il meccanismo del pay back è più gradito alle aziende del sistematico taglio dei prezzi, ma è analogamente insoddisfacente. Serve a tamponare una falla, non a risolvere una perdita.

In particolar modo, al tavolo pare ora si discuta sul fatto di accorpare o meno pay back per spesa farmaceutica ospedaliera e no, ma soprattutto della percentuale del ripiano da lasciare in capo alle Regioni e quella invece da accollare alle aziende. La percentuale attuale è 60% a carico del privato e 40% a carico del pubblico. È già demenziale: se un venditore mi vende “troppa” torta al cioccolato, non è poi lui quello che deve mettersi di buzzo buono per dimagrire. Fra le proposte di cui si parla, però, ce n’è anche una che prevedrebbe il ripiano in toto sulle spalle del settore privato, quindi erodendo drasticamente gli incentivi per le Regioni ad essere virtuose. Queste ultime, infatti, dovrebbero  compartecipare al ripiano, ma in forme piuttosto blande. Parallelamente, l’eventuale incasso di ticket regionali andrebbe scontato non dal pay back del fornitore, ma da quello della Regione acquirente. Caveat emptor, si diceva, ma qui a stare in guardia dev’essere invece il venditore! Resta da capire poi se le Regioni virtuose continueranno a "perequare" gli sforamenti delle Regioni che non riescono a stare nel tetto stabilito.

Fra le proposte del tavolo, ve ne sono anche di migliori. Pare che ormai sia stato messo in minoranza l’orientamento a tanti “prezzi di riferimento” regionali, avversato dall’Aifa per ragioni di omogeneità. E si è dell’idea di dare un premio sul prezzo (non certo un “regalo”: la possibilità di adeguamento al prezzo medio europeo) ai farmaci innovativi. In parallelo, si pensa ad una penalizzazione dei prodotti maturi.

In generale, il provvedimento è sensato. Tuttavia, in un libero mercato quanto un prodotto sia “innovativo” lo decide il mercato stesso, e quando invece diventa “maturo” resta funzione della scadenza del brevetto. Per il tavolo sulla spesa farmaceutica, l’arbitro della tenzone dovrebbe invece essere l’Aifa.
Se lo merita, l’agenzia del farmaco, un tale potere discrezionale? È un’organizzazione rispettabilissima. Ma l’introduzione di elementi di mercato nel settore della sanità e della farmaceutica – l’unica vera svolta in grado di premiare ricerca e investimenti – è altra cosa, rispetto all’affidarsi con tanto zelo ai sommi sacerdoti della farmaceutica.

Probabilmente la politics avrà il sopravvento anche stavolta, e di queste innovazioni normative di cui si sente parlare non se ne farà nulla. L’impressione, però, è che servirebbero davvero idee nuove.

Da Libero mercato, 24 luglio 2007
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