Le gambe corte delle bugie di Michael Moore
La sanità è un tema su cui è probabilmente impossibile avere un dibattito franco, duro, ma onesto. C'è troppo, in ballo, in termini di emozioni, di ricordi, di esperienze personali…
La sanità è un tema su cui è probabilmente impossibile avere un dibattito franco, duro, ma onesto. C’è troppo, in ballo, in termini di emozioni, di ricordi, di esperienze personali spesso immerse nel lutto. è proprio sulle emozioni che gioca “Sicko”, il nuovo film di Michael Moore che, dopo Bush, mette nel mirino l’industria della salute, negli Stati Uniti.
La pellicola, che già aveva fatto il pieno di applausi a Cannes, è da ieri nelle sale Usa. I luoghi comuni fanno la parte del leone. Del resto, il populismo fa vittime in ogni schieramento e in ogni Paese: in Italia, per esempio, si continua a sostenere che noi paghiamo le medicine di più di altri Paesi, quando i prezzi solo al di sotto della media europea. Che pagare poco sia meglio che pagare molto, poi, è solo parte della verità.

L’interesse del consumatore viene infatti ricondotto ad una spesa contenuta. Ma questo interesse immediato non necessariamente rappresenta l’interesse della società nel suo complesso, né coincide col vantaggio degli stessi consumatori, misurato su un lasso di tempo più lungo. Avere, ad esempio, prezzi più variabili ma un accesso migliore e più veloce a farmaci innovativi, non appare socialmente disprezzabile, ed è una migliore rappresentazione delle necessità di chi è affetto da patologie contro cui lottare è difficile.
Questo per dire che il giusto mix non è riducibile a formule populiste - del genere che invece brandisce Michael Moore. La sua accusa al sistema sanitario americano è semplicissima: qui si paga.
“Sicko” al contrario esalta gli ospedali (gratuiti) francesi, o le meraviglie del sistema sanitario nazionale britannico. Che è di gran lunga il più “progressista” nel mondo occidentale, e proprio per questo è caratterizzato dalla lunghezza delle liste d’attesa e da ridottissimi margini di libertà del paziente nella scelta di medico e trattamenti.

Prima di andare in brodo di giuggiole per l’esaltazione del loro modello sociale rispetto a quello statunitense, i fan europei di Michael Moore dovrebbe sapere alcune cose.
Primo, Moore fa spesso riferimento ai “47 milioni di americani senza assicurazione sanitaria”, ipotetica pietra dello scandalo. Ciò che però furbescamente dimentica di segnalare è che grossa parte di questi 47 milioni è senza assicurazione solo per un breve periodo di tempo (per così dire, fra una polizza e l’altra), che alcuni milioni di questi potrebbero rivolgersi a programmi governativi come Medicaid, che un buon numero di americani non si assicura semplicemente perché non vuole (ai più giovani sembra un gioco che non vale la candela) o perché è ricca abbastanza da preferire l’investimento alla bisogna su una specifica cura, alla condivisione del rischio a scatola chiusa con gli altri assicurati.
Un altro dettaglio su cui Moore tace: gli ospedali americani hanno l’obbligo legale di fornire prestazioni d'emergenza a chiunque ne abbia bisogno indipendentemente da reddito e assicurazione.
Le scene alla ER, coi poveretti non assicurati lasciati marcire per strada, sono fiction, non realtà.

La realtà suggerisce invece che il modello americano, che è fondato su principi diversi dall'universalità dell'accesso che è la pietra angolare del sistema variamente adottato nei Paesi europei, è un modello “intensivo”. Per le malattie più gravi, anche i gruppi sociali meno avvantaggiati hanno, in Usa, maggiore probabilità di cavarsela di noi europei. Questo perché il sistema privilegia l'innovazione, sostenuta dall'orientamento al profitto degli attori nel mercato della salute.
Tant’è che la sanità americana ha un costo procapite nettamente più elevato di quello che si registra in qualsiasi Paese del vecchio mondo. È il paradiso in terra? No. Lo stesso modello assicurativo su cui si fonda è messo in crisi dall’invecchiamento della popolazione, come ha dimostrato nei suoi lavori un economista dell'MIT, Arnold Kling. La speranza di vita è più bassa che in Europa – in larga misura per fattori che non riguardano la qualità delle prestazioni sanitarie (anche perché a parità di sistema, i valori variano da Stato a Stato). I problemi sono molti. Ma non possono essere ridotti alla contrapposizione, paradiso socialista europeo / inferno capitalista statunitense, così cara a Michael Moore.

Da Libero Mercato, 23 giugno 2007
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