Castellaneta: anche lo Stato è tra i colpevoli
…Sulla stampa e alla televisione, naturalmente, nessuno in questo caso ha messo sotto accusa il sistema pubblico in quanto tale. Proviamo invece ad immaginare cosa sarebbe successo se un simile “incidente” si fosse verificato in una clinica privata…
L’ultimo episodio di malasanità di Castellaneta, in Puglia, ha davvero colpito l’opinione pubblica italiana: in parte perché stavolta sono morte ben sette persone e in parte perché paiono non esservi dubbi sul fatto che siamo dinanzi ad una disgrazia che si poteva facilmente evitare. Questa volta non è stato l’errore (sempre da mettere in conto) di un chirurgo o di un anestesista, ma invece la colpa è da attribuire ad un apparato tecnico del tutto inadeguato, che ha fatto affluire azoto invece che ossigeno.

C’è insomma la sensazione che all’origine di questa vicenda vi siano una leggerezza e una superficialità del tutto imperdonabili.
Sulla stampa e alla televisione, naturalmente, nessuno in questo caso ha messo sotto accusa il sistema pubblico in quanto tale. Proviamo invece ad immaginare cosa sarebbe successo se un simile “incidente” si fosse verificato in una clinica privata. La grancassa dello statalismo imperante avrebbe suonato con forza contro la logica del profitto, la speculazione capitalistica, la necessità di sottrarre alle leggi “spietate” del mercato un bene tanto prezioso quale è quello della salute.

Non scenderemo al livello dei cantori del potere pubblico e delle burocrazie statali solo perché queste vittime sono morti di Stato. È chiaro, infatti, che finché avremo ospedali vi saranno (o potranno essere) incidenti come questo: più o meno o gravi, più o meno evitabili. Com’è assurdo ritenere che la sanità pubblica possa evitare ogni errore e irresponsabilità, lo stesso va detto per la sanità privata. Gli uomini possono sbagliare e di fatto spesso avviene, quale che sia la proprietà della struttura.
Ma ciò non significa affatto che si possano mettere sullo stesso piano la sanità pubblica e quella privata.

Nel primo caso, in effetti, abbiamo un sistema di cura e organizzazione medica che per definizione si sottrae alle logiche della competizione. Quanti gestiscono un ospedale o un’azienda sanitaria non devono rendere conto in primo luogo ai consumatori-clienti (ai pazienti), ma invece a coloro che li hanno posti in quella posizione. E trattandosi di strutture pubbliche è chiaro come finiscano sempre per prevalere il legame d’amicizia, l’appartenenza politica, lo scambio di favori.
Lo ripetiamo: incidenti possono succedere ovunque, e certamente non vi sarà mai in nessun paese la certezza di evitare episodi di malasanità (quale che sia la scelta politica che si farà, a favore del pubblico o del privato). È però evidente che il modo migliore per evitare il ripetersi di disastri come quello pugliese consiste nel ridare autonomia, responsabilità e libertà d’azione a chi opera nel mondo della medicina. E ciò può avvenire solo attraverso un processo di privatizzazione e liberalizzazione.

La situazione in cui ci troviamo ora, d’altra parte, non l’hanno voluta i medici o gli altri operatori sanitari, ma è frutto di concezioni del mondo affermate da filosofi e demagoghi, da economisti e utopisti. Nell’Europa del Novecento (largamente socialdemocratica) si è proceduto ad una crescente statizzazione del sistema sanitario solo al fine di garantire a tutti, ricchi e poveri, l’accesso alle cure. È ovviamente discutibile che quell’obiettivo egualitario fosse meritevole di essere perseguito e che soprattutto dovesse essere raggiunto attraverso un meccanismo di redistribuzione delle risorse: creando una forma di solidarietà forzata.
Ma anche se si fosse ritenuto necessario perseguire quell’obiettivo non vi era alcun bisogno di trasformare la quasi totalità dei medici, degli infermieri e dei dirigenti ospedalieri in funzionari di Stato. Si sarebbe invece potuto dare ad ogni famiglia la possibilità economica di accedere a cure private, lasciando quindi in competizione tra loro le strutture mediche e non cancellando quegli incentivi tanto necessari a guidare il comportamento umano.
Sulla base di tutto questo, è evidente come la responsabilità di quei poveri morti sia anche da attribuire ad una vecchia e disastrosa illusione tanto caratteristica dello statalismo socialista: l’idea che sia possibile cambiare la natura umana e ottenere buoni servizi, dedizione e serietà eliminando “bastone e carota”.
Non è così. Non avremo buoni medici e infermieri se a tali professioni si accederà sempre e soltanto grazie a concorsi che garantiscono, di fatto, la totale inamovibilità. Non avremo una buona sanità se i pazienti non avranno libertà di scelta tra imprese sanitarie sul mercato che, se non soddisfano i loro clienti, sono costrette a chiudere i battenti.

Si dice spesso che la salute è un bene troppo prezioso perché la si possa trattare come una merce. Ma in realtà il discorso va esattamente rovesciato, perché è proprio l’importanza delle cure sanitarie che ci deve portare a reintrodurre il merito e la competizione (oltre alle logiche premiali e punitive del mercato) all’interno di questo universo. Affinché quanti operano nella sanità possano poter dare il meglio di sé.

Da L'Opinione, 8 maggio 2007
Privacy Policy
x