Il nuovo socialismo: La proprietà intellettuale, un nemico da debellare
Brevetti sì, brevetti no? Il lancio da parte di Sanofi Aventis di un farmaco antimalarico, concepito assieme con Medici senza frontiere, ha riaperto il vaso mai chiuso delle polemiche sulla tutela della proprietà intellettuale…
Brevetti sì, brevetti no? Il lancio da parte di Sanofi Aventis di un farmaco antimalarico, concepito assieme con Medici senza frontiere, ha riaperto il vaso mai chiuso delle polemiche sulle forme esistenti di tutela della proprietà intellettuale. L’Asaq (che nasce dalla combinazione di due antimalarici in un'unica pastiglia) non sarà coperto da tutela brevettuale. Ovvero non solo avrà costi molto bassi, come nelle intenzioni del produttore (che assicura risparmi fino al 50% rispetto ai trattamenti in uso), ma auspicabilmente essi saranno ulteriormente limati, in virtù della competizione di altri, “liberi di copiare” la medesima medicina.

Dal punto di vista mediatico, è stato un doppio strike per Sanofi, che si garantisce il plauso della comunità internazionale assieme alla partnership con Msf, proprio quando l’organizzazione umanitaria ha messo nel mirino un’altra multinazionale del farmaco, Novartis. Nell’occhio del ciclone c’è il Glivec, un antitumorale il cui brevetto il governo indiano rifiuta di riconoscere – a dispetto degli accordi internazionali. In tale controversia, ormai alla pagina giudiziaria, Msf ci è saltata a piè pari, promuovendo una petizione che sa di “resistere, resistere, resistere” in salsa tandoori. Su un appello vibrante che accusa Novartis d’aver fatto causa “al Governo Indiano perché permette la produzione di farmaci generici dai costi contenuti”, ha incassato la scontata adesione di altri cespugli del sottobosco antiglobalizzatore. A fare problema è la garanzia del brevetto, che nel mondo della farmaceutica significa sostanzialmente la sanzione di chi tenti, attraverso un processo di “ingegneria inversa”, di risalire al principio che sta dietro a una medicina.
E’ senz’altro curioso che questo ciclone si abbatta su Novartis, un’impresa attiva sul versante dei farmaci generici con la sua divisione Sandoz. Sarebbe un curioso paradosso se un’azienda fosse impegnata in una campagna votata ideologicamente a negare il diritto di esistere, a una pratica sulla quale ha innestato un suo filone di business. 

Purtroppo, prendendo partito Medici senza frontiere mescola due cose diverse: la questione della tutela brevettuale, e quella dell’accesso ai farmaci. I temi andrebbero tenuti ben distinti. Il brevetto è protetto perché si ritiene serva a suggellare l’incentivo ad innovare, per le aziende. Le risorse per produrre un nuovo farmaco sono ingenti, i ritorni spesso lo sono assai di meno: si tratta del genere di ricerca nella quale si sa dove si parte, ma non dove si arriva. Più imprese lavorano, nello stesso periodo, sulla stessa malattia, magari scommettendo su strategie di ricerca diverse o perfino sulla medesima. Si parte con grandi speranze, ma spesso si sbaglia. Se la volta in cui non si fallisce, il prodotto miracoloso e vincente potesse essere liberamente replicato da altri - che sosterrebbero sì i costi di produzione ma non quelli del lungo processo per cui alla produzione si arriva - il successo avrebbe un sapore più beffardo della sconfitta.

E’ vero che stiamo parlando di un settore industriale che perviene con cadenza sempre inferiore a scoperte eclatanti, e che molto spesso le medicine nuove sono sostanzialmente votate alla gestione della cronicità, piuttosto che alla cancellazione della malattia. Ma la ricerca farmaceutica è un po’ come la conquista dello spazio: è relativamente facile, nel mondo dell’aeroplano, andare sulla luna, difficile spingersi di lì in su. Diminuire gli incentivi ad innovare senz’altro non ci apparecchierà una rivoluzione.
Il sistema dei brevetti è perfetto? Non lo è, però senza un’alternativa non si va da nessuna parte. Le altre strade proposte sottendono tutte una virata verso un modello nel quale sia lo Stato (o un’organizzazione internazionale, che degli Stati sia una propaggine) ad orientare lo sviluppo delle tecnologie. Uno scenario da “socialismo scientifico”, e stavolta l’aggettivo sarebbe sincero.
La domanda cui rispondere è piuttosto un’altra. Il farmaco “liberamente copiabile” patrocinato da Msf e Sanofi serve davvero ad abbattere quelle barriere all’accesso che portano una malattia come la malaria ad uccidere ancora tre milioni di persone l’anno?
La risposta è desolatamente no. No perché focalizzare l’attenzione sui brevetti, quando si parla di patologie legate alla povertà, è come sparare ad un elefante con una cerbottana.
Malattie come la febbre gialla, la malnutrizione, i disturbi respiratori, la stessa malaria, che ammazzano persone a milioni nel Terzo mondo, sono spesso facilmente curabili. Non c’è bisogno di “nuova” ricerca. Basterebbero, in alcuni casi, rimedi noti a una medicina infinitamente più semplice di quella contemporanea, in altri la prevenzione. Banalmente, come era possibile per l’Organizzazione mondiale della sanità sostenere, seriamente, di essere attiva nella lotta alla malaria, quando nel frattempo patrocinava il bando del DDT? Solo nel 2006, l’OMS ha avuto il coraggio di reintegrare il pesticida al posto che gli spetta, fra gli strumenti di prevenzione di questo male.

In secondo luogo, che impatto può avere, un medicinale liberamente riproducibile, in un contesto nel quale i farmaci arrivano sì in un certo Paese, ma non nelle mani di dottori e infermieri? Il fatto che non esista un sistema sanitario in senso proprio,  è davvero meno rilevante della libertà di copiare?  La povertà alimenta la malattia, non il contrario: l’indigenza significa non potere sostenere non solo una domanda di farmaci, ma una domanda di sanità tout court. Sussidiare i primi quando mancano le infrastrutture necessarie a farli arrivare a chi ne abbisogna va benissimo giusto per lavarsi la coscienza, ma è umanitarismo di scuola onanista.
C’è poi il problema della corruzione delle élite politiche locali. Che ha due facce. In primo luogo, studi condotti in Guinea, Cameron, Uganda e Tanzania stimano che fra il 30 ed il 70% delle medicine acquistate dai governi “scompaiono” misteriosamente. Non ci sono ragioni, purtroppo, per immaginare che altrove le cose vadano diversamente. Napoli è dappertutto.

In secondo luogo, gli Stati piangono per avere medicinali, ma poi impongono dazi e tassi. Secondo una ricerca UE, il fisco nigeriano si mangia il 34% del prezzo di un farmaco, il fisco della Sierra Leone il 40%, il fisco del Bangladesh il 29%. Un’emergenza umanitaria è opportunità di lucro per la classe politica.
Con tanti e tanto terribili nodi da sciogliere, allora, perché le organizzazioni umanitarie si accaniscono sui brevetti?
Un po’ perché la multinazionale elefantiaca, come villain, è più pittoresca (e meno pericolosamente armata) di un governo nazionale, specie se di Paese povero.

Un po’ perché c’è un’industria che invece sulla libera copiabilità dei farmaci ci campa, spesso è l’industria nazionale, supportata nell’usuale scambio lavoro/consenso dal governo, democratico o no che sia. I lobbisti locali sono sempre quelli che pesano di più.
Sembra confermarlo il caso dell’India, patria dei grandi genericisti, che è mercato assai appetibile, tant’è che il meglio della nostra industria ci è andata in interessato pellegrinaggio. Non si capisce bene in base a quale principio gli indiani sarebbero abbastanza ricchi da poter comprare le nostre auto, ma tanto poveri che sarebbe inumano impedire loro di copiare le nostre medicine. 

Da Libero, 10 marzo 2007
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