Da sanare il rapporto tra Stato e mercato in settori come la sanità, i trasporti e l'istruzione. Il riscatto passa da serie privatizzazioni
«Il fisco è diventato il malato e non più la medicina e difendere la concorrenza e il libero mercato in Italia è sempre più difficile». L'indice di libertà economica è diminuito di 1,5 punti nel 2012 rispetto all'anno precedente (Index of Economics Freedom 2012) e nella classifica generale il paese si trova al 92mo posto tra l'Azerbaijan e l'Honduras, non lontano da realtà come l'Albania, il Madagascar e l'Uganda.
Due questioni quelle esposte da Nicola Rossi, presidente dell'Istituto Bruno Leoni, alla presentazione del libro da lui curato
Sudditi. Un programma per i prossimi 50 anni (edito da IBL Libri) che non sono certo scollegate e che contribuiscono a definire il rapporto tra stato e cittadini. Un rapporto che sfiora la sudditanza anche a detta di imprenditori ed economisti come Guido Tabellini, rettore dell'Università Bocconi, Rodolfo De Benedetti, amministratore delegato di Cir, Diego Della Valle, presidente di Tod's e Oscar Giannino, giornalista esperto di economia.
Il riscatto però ci può essere e passa da serie privatizzazioni e dalla liberazione di risorse gestite fino ad ora in modo pessimo. Queste ultime, facendo due conti, arriverebbero a colmare un terzo del debito pubblico attuale pari a 1.897 miliardi di euro.
Il primo problema sta nel rapporto tra stato e mercato in settori come la sanità, i trasporti e l'istruzione. «Gli investimenti seguono il rendimento che in Italia è sempre stato più alto nei settori protetti dalla concorrenza internazionale», ha spiegato Tabellini. «Il problema è che il paese non ha colto le opportunità della globalizzazione in questi settori strategici», ha continuato l'economista. «Per esempio nella sanità, con il numero di anziani in costante crescita, non si può non pensare a un'integrazione del servizio pubblico con quello privato abbandonando l'idea che tutto deve avere lo stesso prezzo».
La sanità è un vero tallone d'Achille anche a detta di chi vi opera. «Con una nostra società controllata (Kos, ndr) abbiamo realizzato una mappa del paese per scegliere le regioni dove andare ad operare», ha raccontato De Benedetti. «In alcune regioni non ci abbiamo neppure provato visti i tempi di pagamento dello Stato verso i fornitori che sfioravano i tre anni», ha continuato l'a.d. di Cir. «Ma anche in regioni virtuose di fronte ad obbligazioni cristalline ci siamo sentiti rispondere: “I soldi te li devo, ma non ci sono”. Non è questo un abuso?».
«Il primo cattivo pagatore è lo stato», è intervenuto Oscar Giannino. «Questo governo ha finalmente ammesso il problema e cercato in parte di risolverlo dicendo però alle imprese: siete voi, carte alla mano, che dovete dire quanto vi devo. Operazione non semplice».
La risposta a tanti di questi paradossi sembra solo una: privatizzare. «Per ridurre il debito, panacea di molti dei nostri mali, non basta però scrivere nella Costituzione che la spesa pubblica non deve superare un certo tetto», afferma Tabellini. «Abbiamo troppe imprese pubbliche, bisogna cambiare il modo in cui viene gestita la finanza pubblica locale, il modo in cui vengono gestite le authorities_».
La via sarebbe quella di liberare risorse pessimamente gestite. «C'è un potenziale di 200 miliardi di asset pubblici da vendere a cui si aggiungono 400 miliardi di immobili. La somma è pari a un terzo del nostro debito pubblico (1.897 mld di euro ndr). Che cosa si aspetta?», ha domandato De Benedetti.
«Nessuna di queste strade basta però se non c'è crescita, senza la quale il debito pubblico sarebbe comunque insostenibile», ha proseguito Tabellini. Ecco perché serve concorrenza. E per fare un altro esempio il settore dei trasporti non è molto diverso dalla sanità. «È assurdo ciò che sta accadendo a una società di treni di cui sono azionista (Ntv, ndr)», ha raccontato Della Valle con un occhio a Luca Cordero di Montezemolo in platea. «Anche con un esperto di concorrenza di fama internazionale al governo, come Mario Monti, chi voleva mantenere un regime di monopolio lo fa senza pudore e senza incontrare ostacoli».
Della Valle ha sollevato un'altra questione cruciale: il turismo. «Non siamo più un paese che vive di acciaio, forse nemmeno più di automobili, ma potremmo vivere di turismo», ha affermato il presidente di Tod's. «Eppure negli anni si sono succeduti ministri del Turismo piuttosto imbarazzanti», ha continuato. «Una seria politica attrattiva consentirebbe anche al mobiliere di Macerata di vendere i suoi mobili in Giappone, senza andare a Tokyo e magari rimanendo accanto alla madre ottantenne malata, dando lavoro ai giovani del suo territorio. Così si costruirebbe anche un pezzo di economia sociale».
«Più che un programma per i prossimi 50 anni serve un programma per i prossimi dieci mesi spiegato ai piccoli imprenditori in un linguaggio che non parta sempre dallo spread», ha aggiunto scettico Della Vale.
«Eppure», ha concluso Nicola Rossi, «i prossimi dieci mesi e i prossimi cinquant'anni sono una cosa sola. Nello stato dell'incertezza è impossibile per gli imprenditori fare una pianificazione fiscale, amministrativa, del personale_». E a fronte di una tassazione che ha superato il 65% total tax rate e di servizi a dir poco parziali «la domanda da porsi è “Ok. Il prezzo è giusto?”».
Da Italia Oggi, 12 luglio 2012