«Asfissiati dal fisco»
Alberto Mingardi in un'intervista su Imu, euro e welfare
Ancora un lunedì nero per i mercati. Anche se, in realtà, ogni giorno
della settimana ha vissuto il suo momento di triste gloria in borsa dall’inizio di questa crisi che sembra senza fine e senza confini. Una crisi che non conosce tabù, ogni certezza viene messa in discussione.
Euro, welfare, governi. Niente resiste.

Alberto Mingardi, co-fondatore e direttore generale dell’Istituto Bruno Leoni, pensatoio liberale dell’economia e della politica nazionale, sembra deluso dal governo dei tecnici e dei professori.

Ieri un’altra sberla in Borsa. Che cosa sta pagando l’Italia, questa volta? L’I mu?
«E’ sbagliato pensare che all’estero siano critici rispetto alle singole misure e quindi in questo caso all’Imu. Ma gli osservatori economici guardano alle misure d’insieme e purtroppo anche le ultime sono assolutamente in linea con tutto quanto è stato fatto, o non fatto, dal
1992 ad oggi».

E in che cosa consiste questa linea di continuità?
«Nell’asfissia fiscale. Attraverso l’aumento delle imposte si raggiungono
obiettivi minimi di riequilibrio di bilancio senza cambiare veramente nulla
di concreto».

Ma adesso dicono che l’Imu sarà tolto, magari nel 2013...
«In Italia nulla è più stabile del provvisorio. Ed eravamo già una economia ad alta fiscalità e con un apparato normativo impossibile per chi vuole creare impresa e ricchezza. A questo aggiungiamo un contesto globale di grandissima incertezza. La nostra economia è in freezer per il combinato disposto di incertezza sistemica, dubbi sul futuro dell’euro e pressione fiscale la cui proiezione futura è ancora sconosciuta. Aumentando le tasse il Paese non può crescere» .

Hanno ragione gli euroscettici? La moneta unica è destinata a frammentarsi?
«Non ho la competenza e neppure la fantasia per dare una risposta. Ma vale la pena riflettere su qualche circostanza. Alla fine dello scorso anno l’Europa ha messo in campo una enorme liquidità in cambio del fiscal compact, l’obbligo del pareggio di bilancio da inserire perfino nelle carte costituzionali. Mi sembra che nessuno abbia preso questo impegno sul serio. Il compito dei leader nazionali ora dovrebbe essere quello di
proporre agli elettori una nuova visione dello Stato. Bisogna capire e far capire che lo Stato deve uscire da tante cose».

Non le sembra che sia il momento peggiore per tagliare il welfare?
«Una revisione del welfare serve. Ma la verità è che prima di arrivare ai servizi sociali c’è molto, molto altro. Io vivo in Lombardia, nella mia regione si danno incentivi e contributi per qualsiasi cosa. Esistono le Case dell’Acqua che addizionano l’acqua e la vendono facendo concorrenza alle aziende di acque minerali. E’ un piccolo esempio ma ne
esistono migliaia di casi in cui il Pubblico fa cose incomprensibili».

Ha ragione Monti, allora, a dire che per certe cose bisogna aspettare il voto del 2013?

«Fino a un certo punto. Perché un governo tecnico una serie di cose potrebbe farle. Potrebbe privatizzare l’Inail, per esempio. Capisco Giarda quando dice che il taglio muscolare alla spesa pubblica lui non può farlo. Ma allora se è così non ha senso che stia dove sta».

Qual è l’alternativa?
«La via argentina... Lasciamo l’euro, manteniamo tutto il nostro apparato statale e di welfare così come è. Ma così facciamo la fine dell’Argentina...»

Dalla Gazzetta del Mezzogiorno, 24 aprile 2012
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