Farmacie, banche e benzinai. Mingardi (Ibl): un "successo" solo mediatico
A fronte di una comunicazione molto buona, l’opera legislativa sulle liberalizzazioni è stata alquanto deludente
Il decreto liberalizzazioni è legge. Con 365 voti favorevoli, 61 contrari e 6 astenuti, la Camera ha approvato nella giornata di ieri il decreto per le liberalizzazioni, con due giorni di anticipo rispetto alla scadenza dei termini per la conversione. Il premier Monti, uscendo dall’Aula, si è detto «molto soddisfatto», mentre un comunicato di Palazzo Chigi annunciava il raggiungimento di «un traguardo importante nel difficile percorso verso la crescita economica del Paese. Il presidente del Consiglio esprime viva soddisfazione per l'approvazione in Parlamento del decreto legge recante disposizioni per la concorrenza, lo sviluppo delle infrastrutture e la competitività». Nella stessa nota viene anche citato parte del discorso che Monti fece «nel corso dell'audizione del 15 marzo di fronte le Commissioni riunite VI e X della Camera dei Deputati», quando disse che «la serietà nel perseguimento delle politiche di liberalizzazione è un elemento centrale di una rinnovata autorevolezza dell'Italia che, nel contesto politico europeo, può e deve essere protagonista delle riforme necessarie anche in quella sede». L'entusiasmo del governo viene però presto spento dalle polemiche, provenienti in particolare da Federfarma, che ha annunciato una giornata di chiusura delle farmacie per il prossimo 29 marzo: la nuova legge porterà infatti alla creazione di 5 mila nuove farmacie, che saranno quindi una ogni 3.300 abitanti. IlSussidiario.net fa il punto della situazione insieme ad Alberto Mingardi, Direttore generale dell’Istituto Bruno Leoni, a cui chiede un giudizio riguardo il provvedimento divenuto da poco legge: «E’ evidente che al decreto, di liberalizzazioni sia rimasto solo il nome. Abbiamo assistito a numerose polemiche riguardo l’effetto del passaggio parlamentare del decreto liberalizzazioni, ma credo che il problema principale risieda nella sua stessa progettazione. A dispetto dell’articolo 1 del decreto divenuto ormai legge, che prevede sostanzialmente la necessità di rimuovere tutta una serie di vincoli alla libertà di impresa, ciò che il decreto realmente mette in atto è un tentativo di sostituzione di quei vincoli con altri vincoli. Dell'’azione del governo Monti può essere valutata positivamente l’incisività della comunicazione del presidente del Consiglio, che è riuscito a spiegare bene agli italiani che le liberalizzazioni rappresentano una sfida innanzitutto culturale, e che pertanto è necessario aprire alla concorrenza per sviluppare attività imprenditoriali e per veder migliorare la qualità dei servizi. Ma, a fronte di una comunicazione molto buona, l’opera legislativa è stata alquanto deludente».

Sono molti i punti del decreto che infatti non convincono Mingardi: «Innanzitutto l’idea di introdurre di fatto dei controlli sui prezzi nel sistema bancario, partendo dalla inspiegabile volontà di abolire le commissioni su tutti i conti correnti dei pensionati. Questo è esattamente il contrario del concetto di liberalizzazione, al di là della bizzarra convinzione secondo cui le banche non riverseranno i costi che devono sostenere per offrire servizi ai pensionati e ad altre fasce della loro clientela. Il decreto non rivede da nessun punto di vista la bizzarra idea per cui lo Stato sarebbe capace di definire meglio di altri quale sia il giusto numero di farmacie o di notai che devono operare in Italia. Il fatto che il numero sia aumentato non implica un cambiamento di paradigma, tant’e’ che permane la pianificazione dell’offerta da parte dello Stato. Riguardo i benzinai, è invece interessante che questi possano finalmente vendere tabacchi, bevande e giornali, come positivo è rendere più facile il ricorso al self service, norma però gravemente depotenziata dal fatto che sarà applicabile solamente fuori dai centri urbani». In conclusione, spiega Mingardi, «questo decreto può anche aver suscitato qualche entusiasmo: è stato confezionato a regola d’arte dal punto di vista mediatico, e questa sua eccellente forza mediatica ha fatto trasparire la possibilità di un cambiamento culturale di cui l’Italia ha bisogno. E’ però del tutto evidente che non sono queste le misure di liberalizzazioni che potranno portare al nostro Paese quel ritorno alla crescita di cui ha bisogno».


Da Il Sussidiario.net, 23 marzo 2012
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